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Archiviazioni mensili: maggio 2009

Poche cose hanno inciso nella mia vita come l’anno che ho trascorso negli Usa da ragazzo, all’età di 17 anni.

Si è trattato, per me, di un’opzione assolutamente imprevedibile e – non fosse stato per la borsa di studio Intercultura – al di fuori delle possibilità della mia famiglia.

Invece, grazie a questa associazione e al suo eccellente lavoro, mi sono trovato a trascorrere un intero anno scolastico a pochi km da Manhattan, vivendo una vita da teen-ager americano al 100%, all’interno di una famiglia che, nei fatti e nell’affetto, è diventata una seconda casa (in questi anni ho reincontrato entrambi i miei genitori americani, ormai vecchi, e vi garantisco che il legame profondo maturato nel 1979 non è cambiato per nulla, anzi).

So perfettamente che quel periodo ha fatto di me una persona migliore. Mi ricordo sempre che qualcuno mi disse:

Se tutti facessero l’esperienza di conoscere così da vicino un’altra cultura, vivendola così intensamente attraverso le persone e gli affetti, l’idea stessa di guerra diverrebbe priva di senso.

Il mio 5 per mille (codice 80406510588) è un modesto ringraziamento per questa importante esperienza.

E per chi ama i social network, Intercultura ha aperto da un po’ un gruppo su LinkedIn.

cowo2

Internet, la posta elettronica, skype, i cellulari smart. Senza tutto questo oggi non avrei potuto lavorare in modo efficiente in un ufficio che non è il mio.

E’ stata una bella esperienza, occuparmi delle mie cose da un “altro” posto, sempre in contatto con i miei collaboratori via mail e telefono, ma al tempo stesso a contatto diretto con persone di cultura professionale completamente diversa, con cui ho scambiato chiacchiere, biglietti da visita e apertura mentale.

Flessibilità è senz’altro una parole d’ordine del lavoro dei nostri tempi, e non vuole sempre dire cose brutte…

Grazie a Mikamai e alla loro apertura verso il coworking per avermi permesso di provare queste cose.

(Nella foto: una postazione al Cowo di Roma/Prati).

Altro che Twitter e Friendfeed, basta andare alla posta e osservare un pensionato davanti alla macchinetta che distribuisce i numeri per la coda, mentre cerca di capire qual’è il pulsante giusto per mettersi in coda dove si pagano i bollettini, per rendersi conto di quanta strada abbia davanti il marketing dell’ascolto… (e siccome il pulsante giusto non l’avevo capito bene nemmeno io, a dir la verità, mi viene da pensare che il buon web design, con le sue semplici regole di fruibilità e i suoi bei bottoni colorati potrebbe insegnare qualcosa a chi progetta informazioni, o no?).

A proposito, per pagare i bollettini, premere “prodotti finanziari”. Ma si può?!

Ricevo dal prof. Renzi dell’Università Bocconi una richiesta relativa a una tesi su imprese che vendono via Internet e solo via Internet.

E’ per il lavoro di ricerca di una studentessa PhD in contatto con Renzi, dall’University of Western Australia (Perth) che indaga sul successo degli imprenditori che vendono merci/servizi via Internet e che abbiano passato la fase di start-up.

Al momento e’ riuscita ad intervistare solo imprenditori USA, e sta cercando altri contatti.

Questo il brief:

- The company has to sell their product and services ONLY in Internet. I mean that they are 100% internet based companies.

- Passing start up phase usually the entrepreneur knew already whether they are still in start up or after start up. But for my purpose, I thought that at least they are earning profit or feels that their company growing, no more feeling vulnerable to failing the company and probablymore than a year in the business.

Chi è interessato a contribuire a questa ricerca può scrivere direttamente a stefano.renzi@unibocconi.it.

Di tutte le voci contenute nel libro che sto scrivendo, questa è una di quelle che mi dà una leggera sensazione di disagio. Credo sia perché parte da un terreno che non mi è familiare, anche se un po’ lo bazzico: quello dei programmatori. E anche il punto di arrivo finisce lungo, quasi nella sociologia, anzi, nel societing. E comunque sia, l’ho letto e riletto e mi pare che abbia un senso.

Chissà se qualcuno passa di qua e mi dice la sua. Grazie in anticipo.

Open source

Quando i tecnologi individuano un trend epocale.

Questa voce, nell’ambito del marketing dell’ascolto, ha due possibili interpretazioni: la prima riguarda le basi storiche di questo movimento tecno-intellettuale, alla base di tante applicazioni usate ogni giorno dalla community aziende-consumatori; la seconda ha risvolti più ampi, con influenza nell’atteggiamento generale dei consumatori verso le marche.

A livello storico, il movimento open source (definizione che sostituì nel 1997 quella più ambigua di “free software”, che poteva significare sia gratuito che libero) si è sviluppato intorno a coloro che difendevano l’idea della libera condivisone del codice sorgente dei programmi, contrapponendosi all’approccio commerciale del software proprietario (venuto dopo, in quanto l’idea di condivisione del software nasce con l’informatica stessa), il cui uso era possibile solo attraverso l’acquisto delle licenze.

Il primo eclatante risultato di questa visione fu raggiunto grazie alla potenza di Internet – nel 1991 – con il sistema operativo Linux, subito distribuito online e che, proprio per questo ha conosciuto ampia diffusione, e un alto livello di perfezionamento.

Questo precursore delle esperienze successive di Mozilla (la fondazione non-profit che ha portato alla creazione di Firefox, il browser Internet entrato nel 2008 nel Guinness dei primati per aver battuto tutti i record di download) ha creato le premesse per l’ approccio condiviso e collaborativo che avrebbe poi informato tutta la rete attraverso l’onda dei blog e dei social network, a loro volta assi portanti di nuove visioni economiche quali la coda lunga e le teorie collaborative della wikinomics.

E qui entriamo nel secondo aspetto, quello che ha influenzato significativamente la nostra visione del rapporto marche-consumatori.

Se non vi fosse stato l’open source, che potrebbe essere maccheronicamente tradotto come “un prodotto valido, creato insieme, disponibile a tutti a costo zero” avremmo poi maturato, come consumatori, la consapevolezza necessaria a “fare da soli”, attraverso le conversazioni?

E a livello economico, se non ci fossimo resi conto, come “gente comune”, che un prodotto valido può non costare nulla, saremmo mai arrivati ai voli low cost, ai prodotti discount, al modello freemium (prodotto base gratuito, prodotto aggiuntivo a pagamento, come ad esempio i telefonini gratuiti per chi fa un abbonamento), alla rivoluzione dell’industria discografica creata dai brani scaricabili in digitale?

Un etto di marketing (è un etto e mezzo, lascio)?” di Massimo Carraro, ed. Alpha Test, sarà in libreria a fine gennaio 2010. Per avere un codice sconto del 20% senza obbligo di acquisto basta una mail.

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