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(Dal libro) Intervista a Fabio Zanet.

8 febbraio 2010 max Lascia un commento

Fabio Zanet, titolare dell’azienda di ecommerce di cartucce, toner e consumabili per l’informatica Nextink, conclude la serie delle interviste pubblicate sul mio libro Un etto di marketing, tra poco in libreria.

L’aver dato voce a persone di validità indiscussa, ma non molto note nei “giri” del marketing è una delle cose che mi danno più soddisfazione del libro.

Ma lasciamo la parola alla visione – pragmatica e appassionata – di Fabio.

INTERVISTA A FABIO ZANET (NEXTINK).

Ti sei avvicinato al web per promuovere la tua azienda, o eri già un appassionato di informatica?

Sono un appassionato di informatica da sempre, quindi tutto ciò che ruota intorno a questo mondo suscita in qualche modo il mio interesse.

Non nascondo che da quando la mia azienda opera on-line attraverso il proprio e-commerce, osservo il mondo internet con occhio un po’ diverso da come lo vedevo prima.

In buona sostanza ora analizzo qualsiasi tipo di novità che il web propone con una doppia valenza: personale ed aziendale.

Quali sono i vantaggi (se ci sono) che hai riscontrato per la tua attività, in conseguenza al blog aziendale?

Da parecchio tempo seguo con una certa assiduità blog/siti/forum che si occupano di marketing.

Ovunque ho avuto modo di leggere (a volte anche fino alla nausea) che l’unico modo per aumentare gli accessi al proprio sito è quello di offrire contenuti di qualità.

Quale miglior modo di un blog per avvicinare un sempre maggior numero di utenti al mio negozio?
Sicuramente a posteriori posso dire di averne guadagnato in visibilità, ma non so quanta di questa visibilità si sia poi trasformata in vere e proprie vendite.

Fondamentalmente mi piaceva – e mi piace ancora oggi – pensare che il blog Nextink, possa essere diventato un punto di riferimento per una nicchia di utenti interessati alle notizie sul mondo della stampa.
Se questi lettori sono diventati, o diventeranno clienti Nextink, ancora meglio!

Utilizzi altri strumenti del “web sociale” (per esempio le reti sociali come Facebook, o i siti di condivisione come YouTube) per promuovere la tua azienda e i tuoi prodotti?

Come dicevo prima, sono molto attento a tutto quel che accade sul web, quindi Nextink non poteva non avere un account Twitter ed un gruppo su Facebook!

Penso che il fenomeno “social” sia molto interessante sotto molti punti di vista: il Viral Marketing permette di scatenare delle reazioni a catena che, con azioni commerciali più tradizionali, sarebbero davvero impensabili in tempi brevi.

Nextink propone prodotti legati all’informatica.

Alla luce della tua esperienza, ritieni che la rete sia più adatta a promuovere determinati prodotti rispetto ad altri?

In generale ritengo che l’acquisto on-line sarà la naturale evoluzione del commercio tradizionale.

Detto questo, è normale che ci siano particolari settori nei quali, per le attitudini informatiche dei potenziali acquirenti, è più facile riuscire a vendere certe tipologie di prodotti.

E’ ovvio che ci sono, e ci saranno sempre, tutta una serie di prodotti che sarà più difficile vendere on-line: penso ad esempio ad un quadro di valore, o ad un’automobile che il cliente preferisce magari “toccare con mano” o “provare” prima dell’acquisto.

In concreto, ti senti di affermare che la partecipazione alle conversazioni online ha un ritorno in termini di vendite, o si tratta di benefici indiretti?

Penso che siano vere entrambe le cose.

Probabilmente i benefici indiretti arrivano molto prima delle vendite ma, nel medio/lungo termine, come si suol dire, “il lavoro paga”!

In termini di tempo, la promozione dell’azienda sul web quanto ti porta via?

Sei tu l’unica persona coinvolta, o ti fai aiutare?

La promozione aziendale, sotto tutte le sue forme, mi porta via almeno il 50% della giornata lavorativa.

Da sempre sostengo che puoi essere molto competitivo, ma se il mondo non sa che esisti, tutta la tua bravura viene dispersa nel nulla.

Paradossalmente, un negozio mediocre con una comunicazione vincente, vende molto di più di un ottimo negozio che comunica in modo errato o insufficiente.

Mi occupo personalmente ed esclusivamente del marketing, con l’obiettivo di trovare sempre il miglior rapporto costi/benefici rispetto alle azioni commerciali che porto avanti ogni giorno.

Che percentuale del marketing di Nextink passa dal web?

Nel corso degli anni ho avuto modo di sperimentare praticamente tutti i principali canali di comunicazione: radio, TV locali, carta stampata, sponsorizzazioni di eventi e/o manifestazioni ed ovviamente il web.

Devo ammettere che i risultati che mi ha dato il web non li ho ottenuti con nessun altro canale “tradizionale”.

Del resto per un’azienda che opera esclusivamente online, ritengo che svolgere almeno il 75% della propria attività promozionale su internet, laddove “vive” il proprio target di riferimento, abbia un senso.

Almeno, questa è la mia personale esperienza.

Se il tuo più caro amico intraprendesse un’attività imprenditoriale e ti chiedesse un consiglio sul marketing, gli parleresti del “web sociale”?

Se sì, come?

Il primo consiglio che gli darei è quello di non utilizzare mai forme di comunicazione troppo “invadenti”.

Le nostre caselle e-mail sono sommerse dallo spam ed in genere da comunicazioni indesiderate, per cui la linea fra comunicazioni “utili” ed “inutili” è molto sottile.

Personalmente ritengo che tutti gli strumenti che il web mette a disposizione (incluso il social marketing) vadano usati nella maniera corretta.

Ogni strumento di comunicazione può trasformarsi in un vero e proprio boomerang se utilizzato nella maniera sbagliata, quindi in generale, se dovessi dare un suggerimento, consiglierei di utilizzare tutti gli strumenti che la comunicazione mette a disposizione, ma sempre e comunque con le dovute cautele.

Bloggare è divertente per te?

A certi livelli, l’attività di blogging è da considerarsi a tutti gli effetti un vero e proprio lavoro, un lavoro che richiede un elevato impegno, soprattutto in termini di tempo.

Anche le cose che a prima vista sembrano le più semplici, come ad esempio trovare degli spunti o delle notizie interessanti da comunicare ai propri lettori, se svolte giornalmente possono diventare un’attività gravosa.

Ciò non toglie che tutte le cose fatte con passione siano sempre e comunque divertenti… almeno… per quanto mi riguarda è così!

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(Dal libro) Intervista a Gianpaolo Paglia.

2 febbraio 2010 max 2 commenti

Nuova pagina in anteprima dal libro Un etto di marketing, prossimamente in libreria: l’intervista a Gianpaolo Paglia, conosciuto sia tra chi ama il vino sia tra gli estimatori della condivisione in rete.

Gianpaolo è infatti blogger esperto, attività che porta avanti da anni in coppia con la moglie, Justine Keeling, dalle pagine web del sito della sua azienda Poggio Argentiera, posizionata a livelli di eccellenza e presente sui maggiori mercati internazionali.

INTERVISTA A GIANPAOLO PAGLIA (AZIENDA VITIVINICOLA POGGIO ARGENTIERA).

Bloggare per la tua azienda vitivinicola: è una scelta dettata dalla passione o dal ragionamento?

E’ stata una evoluzione naturale del mio uso di internet, che è cominciato con i forum sull’argomento e con la frequentazione di newsgroup come it.hobby.vino.

La mia è sopratutto una scelta coerente con i miei interessi personali piuttosto che una strategia ragionata di comunicazione.

Hai fatto delle valutazioni prima di iniziare?

No, nulla di particolare.

Ti sei prefissato degli obiettivi?

Se sì, ritieni di averli raggiunti?

Niente obiettivi particolari, ma sono contento di avere un certo numero di lettori del mio blog, all’incirca un centinaio di unici al giorno, che mi gratifica e mi induce a continuare a scrivere.

Da quanto tempo porti avanti il blog di Poggio Argentiera?

Se dovessi ricominciare ora, faresti qualcosa di diverso?

Credo che siamo intorno ai 4 anni.

L’unica cosa che avrei dovuto fare subito ma che ho ritardato è stata quella di bloggare con il mio dominio, “poggioargentiera.com”, invece che con domini altrui.

Il blog ha anche una sezione di e-commerce, dove vendete i vostri vini. Che relazione c’è tra il blog e le vendite?

Direi abbastanza poca.

Il mio shop per me è soprattutto una possibilità in piu’ per quei pochi che cercano in modo particolare un mio vino e non riescono a trovarlo nella loro zona.

Lo vedo come un servizio in piu’ al mio lettore/cliente, piu’ che una possibilita’ reale di business.

Utilizzi altri strumenti del web “sociale” per la tua azienda?

Twitter, Facebook, Friendfeed, Vinix, tutti in modo abbastanza saltuario.

Si sa che il mondo del vino su internet è intensamente popolato di blogger e appassionati che discutono molto… come ti senti rispetto a questo affollamento?

Lo ritieni una ricchezza cui attingere o una minaccia che rende più difficile emergere?

Non mi pongo il problema di emergere, il mio lavoro non è fare il blogger ma fare il vino.

Uso il blog per comunicare quello che faccio e chi sono, ed è quello che mi interessa, ma non mi pongo assolutamente in competizione con i vari blogger del vino.

Piuttosto mi sembra che ci sia una scarsità assoluta di aziende di vino che usano il blog, e questo mi rende in una posizione se vogliamo privilegiata, ma non ne faccio un punto di vanto, semplicemente molti non sono ancora arrivati ma arriveranno.

Quali tra questi aggettivi definisce meglio la tua attività di marketing su internet per la tua azienda, e perché?

- divertente
- remunerativo
- interessante

(naturalmente puoi darne altri se preferisci…)

Divertente, arricchente, formativa.

Il tuo blog ha anche una parte in inglese, significa che portate avanti una conversazione anche su mercati esteri?

Mia moglie è inglese, e quindi l’idea era di partire con una conversazione parallela, ma non la copia della mia tradotta in inglese, ma una cosa completamente indipendente anche se sulla stessa pagina.

Purtroppo il fatto che in questo momento lei si trovi a gestire 3 figli molto piccoli non ha reso possibile un vero e proprio esperimento, ma arriveremo piu’ avanti.

Infine, cosa c’entra il vino con internet?

C’entra come c’entra tutto il resto.

Non credo che il vino c’entri in modo particolare, ma fa parte della vita di alcune persone e sicuramente internet permette scambi e networking impensabili prima di lui.

Per me è una miniera di informazioni e un modo per rimanere a contatto con le opinioni di una parte dei miei clienti, e dire anche la mia in piena liberta’.

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(Dal libro) Intervista ad Andrea Gori.

28 gennaio 2010 max 6 commenti

Andrea Gori, titolare della Trattoria Da Burde di Firenze, anche conosciuto come “sommelier informatico”, ha accettato di raccontare la sua preziosa esperienza di marketing sulle pagine di Un etto di marketing, a giorni in libreria.

INTERVISTA AD ANDREA GORI (TRATTORIA DA BURDE).

Se non sbaglio, tu eri appassionato di tecnologia quando hai iniziato a
bloggare per la tua attività, è così?

Quanto ha contato questa tua predisposizione?

Diciamo che mi piace considerarmi un “nativo digitale” in quanto i
miei ebbero la bellissima idea di regalarmi un commodore 64 all’età di
8 anni quindi praticamente ho vissuto una vita con i computer, anche
se quasi esclusivamente per giocare.

Ma dopo aver lavorato in una società di consulenza e formazione a distanza, una delle prime ad avere la banda larga in Italia (parliamo del 1999), mi si sono aperti gli occhi e ho cominciato a vivere digitalmente ogni aspetto della mia vita.

E quindi, quando ho cominciato a bloggare come sommelier per
Burde, è stata una evoluzione naturale del mio modo di vivere e fare
business.

Pensi che altri potrebbero seguire il tuo esempio, nella diffusione del
passaparola per la propria attività, nel tuo settore?

O ritieni la tua esperienza peculiare e irripetibile per qualche motivo?

Irripetibile in quanto forse in molti aspetti sono stato precursore e
le mie attività web hanno suscitato interesse spesso più per la loro
novità che per il loro reale valore di marketing.

Non consiglierei a nessuno di aprire un ristorante e mettere 1167 video su YouTube per promuoversi, ecco…

Però molti aspetti, carta dei vini online, menu, interazione continua con i clienti, presenza su forum e comunicare quello che si fa ogni giorno, ecco questo penso siano aspetti che nessun ristoratore o sommelier possa trascurare.

Potresti affermare che hai avuto un incremento delle vendite grazie alla tua attività online?

Se sì, hai voglia di spiegare come?

Diciamo che ogni mese ho almeno una trentina di clienti che vengono da
Burde quasi esclusivamente per conoscere me e dove vengono girati i
video, manco fosse il set di un film!

Moltissime serate particolari con vini ricercati e preziosi hanno avuto poi una partecipazione di pubblico impensabile per un evento promosso in altro modo (Sassicaia e cinghiale , 55 euro, 80 persone, non so come avrei fatto altrimenti a convincerli tutti!).

Poi ci sono tutti i lavori che svolgo come consulente web e enoico per aziende cantine e case editrici e degustazioni e show a pagamento in vari eventi e  manifestazioni (alla stregua di altri giornalisti del settore) il che è un indotto non indifferente e che però afferisce ad “Andrea Gori sommelier informatico” più che alla Trattoria.

In questo senso spesso il blog finisce con essere più il blog del Sommelier Informatico che quello della Trattoria, ma è inevitabile ad un certo punto.

Si sa che il blog, il microblog e i social network sono attività gratuite (a
parte il dispendio di tempo ovviamente!).

Per favorire la conoscenza della tua attività economica hai affrontato anche investimenti di tipo economico (ad esempio, pubblicità tramite Google Adwords)?

Abbiamo speso qualche euro (circa 500 in  un anno ) per la presenza su
di un portale toscano molto importante e decisivo, specie per gli
eventi, una tantum.

Ma per il resto solo tempo, tantissimo, credo di essere sulla media di circa 2 ore al giorno negli ultimi due anni spesi tra blog e social network vari, festivi e ferie inclusi, ovviamente!

Se ti trovassi a tavola con qualcuno all’inizio del tuo percorso, poniamo per esempio un giovane sommelier che sta aprendo una piccola enoteca, quali sono le tre cose che ti sentiresti di dirgli, rispetto al passaparola in rete?

Di non sottovalutarlo e di seguire ogni discussione del vino che passa
in rete, coltivare ogni piccolo contatto e “amicizia” e soprattutto
essere sempre onesti e coerenti.

E di avere pazienza perchè come il passaparola normale, anche quello web “non dopato” ha tempi piuttosto lunghi rispetto ad altre forme di marketing.

Molti non si avvicinano al mondo di Internet perché ritengono che serva troppo tempo, per partecipare in modo serio e fruttuoso alla partecipazione in rete.

Secondo te quanto tempo serve per iniziare?

Negli ultimi due anni ho dato consulenza “informale” a moltissimi che
si avvicinavano al blogging (come del resto è stata fatta a me dai
tipi di Vino24.tv che mi diedero da leggere Naked Conversations, il libro che mi ha cambiato la vita) e ho visto che in realtà se non ci sono preclusioni di fronte alla tecnologia, bastano davvero poche settimane, con l’approccio giusto.

E quanto tempo dedichi tu al tuo blog?

Un’esagerazione, come ti dicevo, almeno due ore al giorno, ovviamente
extra-orario di lavoro!

Infine: cosa c’entra il web con le trattorie e il buon vino?

Tecnicamente niente, ma come tutte le cose che sulla carta ti sembrano
distanti anni luce, alla fine portano risultati davvero inaspettati.

E in termini pratici , credo che almeno nel caso del vino ci sia una
componente di status sociale e condizione economica, chi naviga con
costanza sul web in Italia per adesso sono persone con una certa
preparazione e dotazione economica, due elementi purtroppo
imprescindibili per chi vuole andare per ristoranti e belle bottiglie.

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(Dal libro) Intervista ad Antonangelo De Martini.

26 gennaio 2010 max Lascia un commento

La pagina in anteprima di oggi, tratta da Un etto di marketing, riporta l’intervista all’imprenditore Antonangelo De Martini (conosciuto in rete anche come Dema).

Dema, persona di grande cultura informatica, non risparmia alcune note di scetticismo rispetto alle possibilità del marketing dell’ascolto.

INTERVISTA AD ANTONANGELO DEMARTINI (DEMA).

Perché hai iniziato a bloggare per la tua azienda?
Come mai non avete scelto la via del sito tradizionale?

Tutto accadde quando il nostro provider di hosting in America fallì nell’aprile del 2006.

All’epoca il sito aziendale era su Drupal articolato quasi come un blog, ma con molte altre sezioni di utilità come le liste di spedizioni ai clienti, le gallerie fotografiche del campionario etc etc.

Riportato tutto a zero, vista la mancanza di backup ho deciso di aprire un blog su WordPress.com e spostare il dominio demaitalia.com verso la nuova piattaforma.

Direi quindi che non c’è stata una decisione ragionata in termini di visibilità piuttosto che di relazione diretta con il cliente, ma una ragione puramente tecnica.

Apparentemente, il prodotto della tua azienda (infradito, pantofole e ciabatte, giusto?) non sembra essere ricco di spunti per la conversazione.
E’ stato mai per te un problema?

Il problema del coinvolgimento nella conversazione in un settore come il mio credo sia comune a tutti i corporate blog.

Fino a che punto una persona si puo’ sentire legata ad una azienda , anche se questa ha deciso di stare ad ascoltarti?

Francamente avrei auspicato che i primi utilizzatori di blog.demaitalia.com fossero i miei distributori piuttosto che gli end-user ma al momento nessuno usa il blog per commentare e farsi coinvolgere nella conversazione.

Credo che alla base di tutto questo ci sia anche una mia responsabilità, forse dovuta al fatto che non riesco a coinvolgere chi legge.

Tra le piattaforme che utilizzi per la tua azienda ci sono Flickr (condivisione di foto) e Getsatisfacition.com (servizio clienti online, gestito da un service esterno).
Cosa puoi dirci di queste scelte?

Circa un anno fa Pietro e Silvia (googlisti.com) mi domandarono come concepissi l’uso di Flickr come vetrina per il mio campionario e se non usassi impropriamente uno strumento che è nato per la condivisione del lifestream visivo.

Risposi che non avevo aperto un photostream specifico per i campionari di Dema ma avevo integrato le foto del campionario a quelle delle mie vacanze e della mia vita.

La mia vita è il mio tempo libero e il mio lavoro, e dentro il mio Flickr ci sta tutto dentro.

Getsatisfaction.com l’ho scoperto solo un paio di mesi fa, sperimentando l’integrazione di Intensedebate con WordPress.

Lo trovo uno strumento fantastico. Un customer care evoluto e soprattutto trasparente che secondo me dovrebbero adottare tutte le aziende in rete.
Per ora purtroppo è solo in inglese e questo non aiuta, soprattutto perché ha moltissime funzioni che possono disorientare gli utilizzatori meno esperti.

Attenzione: è uno strumento che possono usare solo le aziende che hanno deciso di mettersi in gioco con la rete. Non si possono moderare i commenti scomodi!

E Twitter?

Twitter è fantastico. C’è un piccolissimo problema: per essere efficace hai bisogno di followers e a meno che tu non sia una celebrity è difficile raggiungere una massa critica adeguata.

Tuttavia lo strumento Twitter search, che sempre più persone stanno usando, puo’ fare arrivare traffico al tuo sito e generare un qualche interesse.

Hai mai fatto una seria valutazione economica dell’attività legata al blog, in termini di ritorno dell’investimento?

Sono cose da analisti della Luiss il ROI e tutte le altre menate.

Le PMI sono ancora focalizzate unicamente al loro core business. Francamente non ci si spinge così nel profondo.

A tuo parere, occorre essere appassionati di internet e/o di informatica per avvicinarsi a questi approcci di marketing con successo?

Nel mio caso ha aiutato.

E ti dico che ha aiutato anche il mio approccio totalmente disinteressato con la parte conversante in rete.

Tutte le relazioni che si sono sviluppate con gli abitanti della rete sono nate tra me e loro.

Non ho mai cercato di coinvolgere blogger con l’azienda, come so che fanno molte agenzie, i pay per post per capirci .
Secondo me sono pratiche scorrette e alla fine controproducenti.

Mi viene in mente una citazione famosa di Tomas Milian “Monnezza” ma credo che tu te la sia già immaginata…

Ti sentiresti di incoraggiare un imprenditore agli inizi sulla strada del social web?

Sicuramente sì, con una raccomandazione.

Rimani in ascolto, parecchio .
Molte volte anche un anno di lurking (osservazione senza partecipazione) puo’ non bastare per capire come muoversi all’interno dell’ambiente.

Ancora una volta voglio ribadire però che sono scettico circa il reale coinvolgimento delle persone da parte di un brand.

La mia esperienza è atipica in quanto mixo la mia passione per la rete con la mia attività imprenditoriale e dentro il calderone ci finisce poi alla fine la mia vita,  o quanto meno quello che voglio condividere di essa.

Il catalogo Dema è stato pubblicato su Flickr. Gli interlocutori del trade, cioè i commercianti, i distributori, gli agenti, come hanno accolto questa novità?

Non c’è un problema di riservatezza rispetto a eventuali curiosi della concorrenza?

L’hanno vissuta come uno spazio dove trovare le foto.

Il disorientamento avviene quando dopo le foto di una ciabatta trovano il mio faccione ad un aperitivo con gli amici o in vacanza da qualche parte.

La riservatezza viene garantita da una disclosure del campionario quando ormai i giochi sono terminati.

Nel mio lavoro i tempi sono determinanti per la presentazione della collezione.
Se rendi pubblico il campionario dopo una certa data la concorrenza non puo’ copiare i modelli e riuscire ad andare in consegna.

Infine: cosa c’entra il web con le infradito?

Lo sai che devo ancora capirlo ?

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(Dal libro) Intervista a Filippo Berto.

25 gennaio 2010 max Lascia un commento

Questa settimana dedicherò le anteprime dal libro Un etto di marketing, alle 5 interviste che mi hanno gentilmente rilasciato questi signori:

Filippo BertoBerto Salotti (Meda, Milano)
Antonangelo “Dema” De MartiniDema srl (Lamporecchio, Pistoia)
Andrea GoriTrattoria Da Burde (Firenze)
Gianpaolo Paglia -  Azienda vitivinicola Poggio Argentiera (Alberese, Grosseto)
Fabio ZanetNextink (Torino)

Pubblicate nella terza parte del libro (“Gli esempi in Italia”), queste chiacchierate sono raggruppate in un capitolo secondo me molto importante, intitolato:

“Casi di studio… della porta accanto, tra piccole aziende e trattorie. Le testimonianze dei protagonisti”
.

O davvero pensiamo che i casi di eccellenza da studiare siano sempre e solo Fiat e Barilla (che pure ci sono)?

INTERVISTA A FILIPPO BERTO (BERTO SALOTTI).

Come ti è venuta l’idea di spingere la tua azienda familiare del  settore arredamento con sede a Meda (Brianza), sulle strade del web?

Qual è stato il tuo primo approccio?

Hai avuto risultati subito?

Nel 2000 infatti la mia azienda si trovava ad un bivio, la produzione artigianale e il know-how di 30 anni non erano sufficienti, vista la nostra micro dimensione, ad affrontare le catene in franchising o i grandi del design.

Internet poteva quindi essere il punto di partenza per far conoscere le nostre produzioni fatte a mano e su misura ad un pubblico molto vasto.

Mi sono appassionato molto e non ho mai mollato.

L’idea è nata da mio padre undici anni fa.

Pensava fosse una cosa da fare, se ne parlava molto, e io all’inizio non ero tanto d’accordo (un passaggio generazionale invertito?).

Poi però realizzando il primo sito e vedendo dal contatore alcune timide visite, intuii che questo mezzo poteva farci conoscere.

Col senno di poi, e un occhio agli sviluppi del web sociale di questi anni, ripartiresti allo stesso modo?

In questi nove anni abbiamo accumulato molte conoscenze ed informazioni, non sarebbe possibile partire allo stesso modo, anche perché credo che il web sociale, per avere efficacia in termini di risultato di impresa, si debba basare su contenuti importanti e su solide basi di fiducia e reputazione, fattori che si costruiscono nel tempo.

Quali sono gli strumenti che usi di più per promuovere la tua azienda  via internet attualmente?

Blog, YouTube, Flickr, Twitter, Slideshare,  Friendfeed, Facebook… usi allo stesso modo tutto il web 2.0, oppure hai una presenza differenziata?

La promozione avviene acquisendo spazi on line, (payperclick e siti verticali) e attraverso marketing diretto sul nostro database.

La comunicazione avviene invece privilegiando il sito, il blog, Facebook, YouTube e Flickr.

Il cliente è multicanale, pertanto non è più sufficiente essere in prima pagina per determinate parole chiave per ottenere risultati.

E’ necessario quindi lavorare per rendere la comunicazione efficace sui mezzi dove in questo momento i nostri clienti amano navigare.

Se non è troppo complicato, ci puoi raccontare come hai maturato una  presenza così capillare in rete?

Oggi Berto Salotti è presente in alcune decine di migliaia di pagine.

Il metodo che abbiamo usato, per usare una similitudine, è paragonabile al desiderio profondo di farsi conoscere che si può avere nella vita reale, come ad esempio a scuola o con gli amici.

E’ un desiderio che ci ha portato a bussare a migliaia di porte online, presentandoci con il nostro prodotto, la nostra azienda e la nostra passione.

Curiosità: per uno che deve vendere un divano, quindi comfort,  piacevolezza tattile, proporzioni, colori… tutte cose che bisogno toccare con mano e vedere dal vivo, come può essere possibile  promozionare il prodotto – e magari venderlo – attraverso internet?

Inoltre, qual è il tuo approccio all’e-commerce?

Se non erro solo due prodotti  del vostro catalogo sono disponibili per la vendita online, puoi dirci  cosa c’è alla base di questa scelta?

Ti confesso che ogni volta che vediamo arrivare un ordine online ci stupiamo come la prima volta.

Vendere online un bene come l’arredamento non è facile, soprattutto in Italia, dove tutti siamo più legati al rapporto umano e alla relazione.

Esiste però anche in Italia un gruppo numeroso di persone evolute, che sono ben disposte all’acquisto online, anche per quanto riguarda il mio settore.

E’ necessario offrire loro una gamma di servizi di supporto molto importanti, dai video all’assistenza online, perché le loro aspettative non devono essere deluse, semmai superate.

Sono clienti che ci onorano di un alto tasso di fiducia , il valore oggi più prezioso.

Con il nuovo sito e la nuova piattaforma tecnologica, online da novembre avremo il 40% dei prodotti del catalogo vendibili online.

Domanda obbligatoria: Berto Salotti ha venduto di più grazie alla sua presenza in rete?

Berto Salotti, grazie alla sua presenza in rete, ha moltiplicato per 15 la sua quota di vendite al pubblico in 8 anni.

E’ un dato formidabile, in controtendenza rispetto al mercato sia italiano, sia europeo, sia di distretto.

Aggiungo un’ultima cosa, perché ti so molto bravo in campo  informatico: secondo te, oggi, occorre essere particolarmente preparati/fanatici della rete per riuscire ad attirare l’attenzione  sulla propria attività attraverso il web?

E’ vero, un pizzico di mania o meglio di pazzia è necessario: non sono poi molte le persone che amano passare le serate a lavorare sui propri siti per scalare le SERP!

Il risultato che abbiamo ottenuto è proporzionale all’impegno personale ma anche alla passione per il mondo di Internet e per la nostra produzione.

Credo che, oltre alle capacità tecniche o di marketing che si possano avere, l’ingrediente fondamentale per ottenere risultati sia proprio questo.

L’amore per il nostro mestiere di tappezzieri ma soprattutto la passione con la quale mio padre e mio zio insieme ai ragazzi della produzione hanno portato Berto Salotti ad essere riconosciuta, alla fine degli anni novanta, come azienda di riferimento per la qualità e il su misura, mi hanno spinto a trovare con tutte le forze una strada che potesse rendere merito a tutto il loro sacrificio e gli sforzi compiuti negli anni.

Internet per noi rappresenta questa strada.

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(Dal libro) Controllo, perdita del.

22 gennaio 2010 max Lascia un commento

L’anteprima di oggi da Un etto di marketing.

CONTROLLO, PERDITA DEL.

Il marketing dell’ascolto si basa sulla possibilità di integrare, rivedere e persino modificare i processi aziendali in conseguenza a un contributo esterno all’azienda.

E’ logico che una delle possibili conseguenze di questo approccio sia una relativa perdita di controllo della gestione aziendale, nel senso che un’impostazione rigidamente dirigista dei processi è palesemente incompatibile con qualunque possibilità di correzione, modifica, innovazione suggerita nel corso di uno scambio con la propria base di utenti.

In questo senso, il concetto di perdita del controllo va inteso in un’accezione virtuosa, forse meglio definita dall’espressione:

“Allontanamento da modelli e visioni rigidamente definiti e non modificabili, per andare incontro alle esigenze che manifestano i clienti”.

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(Dal libro) Imparare oggi le lingue di domani.

21 gennaio 2010 max Lascia un commento

Anche oggi, una paginetta in anteprima da Un etto di marketing.

Questo argomento, tratto dall’introduzione del libro,  lo sento particolarmente perché mi fa pensare non solo ai problemi dei mercati fra 10 anni (quando i nativi digitali che oggi “vivono” su Facebook decideranno le sorti dei beni di consumo, sia come consumatori che come manager all’interno delle aziende), ma anche ai rapporti genitori-figli.

Quanti padri conoscono la lingua che usano i figli per comunicare con i propri coetanei via telefonino/PC? Secondo me molti pensano sia ancora l’italiano, invece è un misto di SMSese e Facebookiano… ma torniamo al marketing… che al confronto sembra una cosa semplice!!

IMPARARE OGGI LE LINGUE DI DOMANI

Tutto bello, tutto semplice, tutto chiaro, quindi?

Non esattamente.

Non sono molte le “best practice” di riferimento per chi si avvicina al marketing dell’ascolto, però sono fondamentali.

E gli errori che molti commettono derivano quasi sempre dalla stessa cosa: non capiscono il codice sottostante.

Non mi riferisco al poetico “code” di programmazione della piattaforma WordPress, bensì a una forma di etica comportamentale, che ci si aspetta da chiunque si unisca a una conversazione.

Paradossalmente, è la sua semplicità che lo rende, per alcuni, impraticabile.

A mio parere non si tratta di limiti e ottusità personali, bensì di limiti e ottusità delle aziende, che hanno visto strutturarsi, in anni e anni di attività, codici comportamentali diversi, lontani da quelli richiesti nelle conversazioni online.

Trasparenza, immediatezza, curiosità sono alcuni dei concetti-chiave di questi strumenti, e mi duole dire che viene più facile assimilare a molte aziende i loro opposti: opacità, lentezza, diffidenza.

Per questo i giovani sono i più adatti, come sempre quando si tratta di innovazione, a guidarci lungo questi sentieri.

Mi vengono in mente le parole di Clay Shirky, quando nel suo bel libro “Here comes everybody” NOTA6 afferma:

I giovani traggono maggiori benefici dai media sociali, non tanto perché sanno più cose utili, ma perché sanno meno cose inutili.

In un ambiente sociale e umano in cui le cose si evolvono con velocità vertiginosa, come ignorare i nuovi atteggiamenti di comunicaizone che uniscono sempre più persone?

Come non imparare la lingua adottata dai consumatori più attivi e attenti, potenziali evangelisti della marca?

Come non prepararsi ai modi di comunicare imperanti tra i giovani, che nel giro di 5-10 anni saranno i protagonisti dei nostri mercati?

In fondo, si tratta di pochi semplici concetti, quelli enumerati nel manifesto con cui abbiamo iniziato questa chiacchierata.

E di una sincera disponibilità ad accogliere input esterni.

Da qui, molto cose possono succedere.

Impossibile conoscerle a priori, poco avveduto decidere di ignorarle.

Un etto di marketing (è un etto e mezzo, lascio)?” di Massimo Carraro, ed. Alpha Test, sarà in libreria a fine gennaio 2010. Per avere un codice sconto del 20% senza obbligo di acquisto basta una mail.

(Dal libro). E perché diavolo la mia azienda dovrebbe creare una community?

20 gennaio 2010 max Lascia un commento

La pubblicazione quotidiana della pagina in anteprima di Un etto di marketing
prosegue.

E PERCHE’ DIAVOLO LA MIA AZIENDA DOVREBBE CREARE UNA COMMUNITY?

Perché non dovresti cercare di individuare un gruppo di persone che fa il tifo per la tua azienda?

Avere una community è questo, e mantenerla significa accettare la possibilità di scambio alla pari che questa situazione comporta.

Non dimenticare che le persone desiderano comunicare con le aziende, e sono disposte a premiare con la loro attenzione e preferenza i marchi che accettano di essere presenti a uno scambio paritario, diretto e trasparente.

Infine, chi accetta la logica del web, ne accetta implicitamente le regole di condivisione e apertura che lo caratterizzano, e l’aggregazione spontanea è parte di questo: non si può evitare né tantomeno controllare.

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(Dal libro). Perché.

19 gennaio 2010 max Lascia un commento

Come promesso, continuo con la pubblicazione di una pagina di Un etto di marketing
al giorno, fino alla data della sua pubblicazione.

PERCHE’. MOTIVI E RAGIONI PER ASCOLTARE LA PROPRIA BASE DI UTENTI.

Perché un’azienda dovrebbe imbarcarsi in un approccio che presuppone un investimento certo (anche se limitato) a fronte di un risultato incerto, non misurabile (almeno non con le metriche in uso) e non reversibile (vedi il paragrafo “permanenza delle conversazioni in rete”)?

E’ sicuramente una buona domanda, che rimanda direttamente alla visione del mercato e del business che ha l’azienda stessa.

Una prima risposta pragmatica, potrebbe essere “perché questo è quello che sta avvenendo, con te o senza di te”.

Probabilmente il motivo principale per cui molte aziende intraprendono la strada dell’ascolto è questo, che preso così non è nemmeno l’ideale, in quanto imposta la visione su un atteggiamento residuale “faccio così perché non ho alternativa”, ma direi che è l’ultimo dei problemi, perché in genere si tratta di percorsi graduali, anche di consapevolezza.

Un’altra risposta possibile, non meno pragmatica della prima, può essere “perché i media tradizionali sono troppo cari” (come dichiarato da Minoli della Ducati all’inizio dell’esperienza di community di Ducati).

Anche qui, si vede solo una parte del problema, perché – esattamente come non basta comprare uno spazio televisivo per creare attenzione, non è detto che aprirsi alle conversazioni in rete, senza gli approcci corretti, porti a buoni risultati.

Andando avanti con le risposte, si potrebbe anche citare: “Perché l’innovazione di marketing non può prescindere dal fenomeno di comunicazione che ha travolto il mondo, internet. (Si capirà come questa risposta è quella che preferisco fra le tre).

Proseguendo il gioco, potrei citare “Perché lo fanno i miei concorrenti”, “Perché ho bisogno di sapere cosa si pensa dei miei prodotti”, “Perché mi servono dei modi agili, flessibili e tempestivi per trasmettere informazioni”, “Perché non posso permettermi un ufficio stampa”, “Perché mi incuriosisce”, “Perché voglio favorire una maggior partecipazione all’interno dell’azienda”, “Perché sono i canali di comunicazione dei giovani”…

Ci tengo a dire che, a mio parere, nessuna risposta è sbagliata a priori.

Di sbagliato ci può essere solo il modo in cui si applica, e lì è importante attenersi a qualche piccola regola, tutt’altro che difficile.

Poi, come ogni esperienza di relazione umana, la propria risposta si costruisce facendo.

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(Dal libro). Prefazione di Nicola Zago.

18 gennaio 2010 max 3 commenti

La prefazione di Un etto di marketing porta la firma di Nicola Zago, il cui lavoro quotidiano in rete con Design Conversations (oltre a tutto il resto che fa in azienda e non solo) è ampiamente riconosciuto e apprezzato.

PREFAZIONE.

Le aziende all’improvviso si scoprono dotate di organi dei quali non si erano mai accorte.
E allora via a presidiare le piazze virtuali fatte di discussioni, voti, recensioni su questo o quel prodotto e servizio.

Questi luoghi virtuali di condivisione delle esperienze non esistono però soltanto da quando l’azienda ha riscoperto le orecchie, ma da molto prima.

Un iceberg si presenta davanti al “responsabile dell’ascolto” , una nuova figura che presidia la Rete tentando di classificare e catalogare ogni spunto, ogni discussione e traccia nel web sui marchi per i quali è stato mandato in prima linea.

E’ il nuovo marketing, fluido e senza le divisioni che ci siamo creati: l’impresa e il consumatore, le vendite e il marketing, il business to business e quello to consumer si fondono nel nome di un’esperienza – il consumo – dal valore emotivo cresciuto esponenzialmente nel tempo.

Per le aziende è il tempo di distogliere lo sguardo dal dito e cominciare a guardare la luna.

Cominciando a presidiare l’intera sfera di attinenza semantica dei loro prodotti, si accorgeranno presto che in realtà non hanno mai prodotto biscotti, ma tiramisù; non hanno mai venduto automobili ma offerto mobilità all’essere umano.

Solo allargando il punto di vista capiranno il nuovo consumatore e sapranno offrirgli quello che cerca: coinvolgimento, partecipazione, condivisione, senso.

Perchè nella Rete non esiste più una via per parlare a compartimenti stagni.
La conversazione prende il sopravvento su tutto e su tutti, e alla fine tanto vale lasciarsi coinvolgere e prenderne parte, con le armi della coerenza e della lealtà.
Perchè la reputazione è ciò che rimane del nostro passaggio in rete come consumatori, professionisti, imprenditori.

Siamo solo all’inizio di una rivoluzione complessa. Non nelle tecnologie, ma nei comportamenti e nelle interazioni sociali.

Questo libro ci mostra come i percorsi per arrivare a questa consapevolezza sono uno diverso dall’altro, uno per ogni azienda che intraprende consapevolmente la strada del cambiamento.

Nicola Zago
Marketing Manager
Lago Spa

(Dite la verità, non vorreste anche voi un direttore marketing che scrive così bene?)

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(Dal libro) Indice analitico.

17 gennaio 2010 max 4 commenti

Verso la fine della correzione bozze di Un etto di marketing, alla casa editrice mi suggeriscono di fare un indice analitico.

Dicono che denota la qualità di un libro. Pensandoci, secondo me denota anche… la qualità della casa editrice (grazie, Alpha Test!).

(Evidenzio le voci già pubblicate).

AGCOM, Aggregatore, Aggregatore sociale, Alert, Amazon, Anderson Chris, Andreesen Marc, Anobii, Apple, Arc Leo Burnett, Ascolto, Atac Roma, Atacmobile, Atom, Auditel, Aziende con le Orecchie, Barilla, Becchio Enrico, Berardi Barbara, Berto Filippo, Berto salotti, Bespoke, BlackBerry Storm, Blog, Blogger.com, Bloglines, Blogosfera, Boaretto Andrea, Bugs Tv, Burde, Business Blog (libro), Business Week, Camisani Calzolari Marco, Candiani Silvia, Carrefour, Ceo blog, Cluetrain Manifesto, Cnn, Coca-Cola, Co-creation, Coda Lunga, Coin, Comix, Community, Comunicato stampa, Concorrenza, Condivisione libera e gratuita, Controllo (perdita del), Conversazione, Convinzione, Corigliano Fabrizio, Corporate Weblog Manifesto, Creative Commons, Crippa Manuela, Critiche, Crowdsourcing, Cumbo Valeria, Del.icio.us, Del Torchio Gabriele, Dema, De Martini Antonangelo, De Meo Luca, Design Conversations, Desmoblog, Diegoli Gianluca, Digital Devide, Digital pr, Dimensione Legno, Ducati, Duilio Andrea, eBay, Edelman, Electrolux, Embed, English Cut, Enterprise 2.0, Ernesto Meda, Evangelista, Facebook, Facebook (applicazioni), Fake, Febal, Feed, Feedback, Feed Reader, Ferrari, Ferri Andrea, Fiat, Fiducia, File sharing, Firefox, Flickr, Folksonomia, Forrester Research, Free (libro), Free Knowledge, Freemium, Friendfeed, Friends, Friends Compatibility, Gapingvoid, Galetto Fabio, Gates Bill, General Motors, Girl Geek Dinner, Gladwell Malcom, Global Microbrand, Glocal, Godin Seth, Google, Google Reader, Gori Andrea, Guinness dei Primati, Hagakure, Hayden Nicky, Heaton Gavin, House-swapping, Human Resources, Hunt Tara, IBM, Inglesina, Innovazione, Intensedebate, Investimento (denaro, tempo, energia), iPhone, Israel Shel, Jaiku, Jarvis Jeff, Johnson Steven B., Kettydo, Kotler Philip, Kriptonite, La Cucina Italiana, Lago, Lago sales community, La Mucca di Schroedinger, La Stampa, Lego, Levine Rick, Liberi per Natura, Lifestreaming, Linguaggio informale, Linkare linkare linkare, Linkedin, Liveblog, Locke Christopher, Lutz Bob, MacLeod Hugh, Mahon Thomas, Marketing dell’Ascolto, Marketing dell’Ascolto (Manifesto del), Marketing Reloaded, Massarotto Marco, Max Mara, Mentos, Mercedes-Benz Italia, Metriche, Microblogging, Microsoft, Milanin, Minimarketing, Minoli Federico, MIT, Mobile marketing, Moder Pepe, Monty Python, Morici Giuseppe, Mosaico Arredamenti, Motori di ricerca, Movable Type, MSN, Mulino Bianco, Mullenweg Matt, MySpace, Naked Conversations, Napster, Nannini Gianna, Netflix, Netscape, Netvibes, Networking, Nextink, Ning, Noci Giuliano, Nome del blog, Nutellaville, Obama Barack, Ollino Paolo, Online reputation, Open source, Osservatorio Multicanalità, Paglia Gianpaolo, Pantaleo Luana, Partecipazione, Passaparola, Passaparola negativo, Pazienza, Peer-to-Peer, Perché, Permanenza delle conversazioni in rete, Permission marketing, Perosino Giovanni, Perrier Eugenio, Persona, Peters Tom, Pini Fabrizio Maria, Pinkstop, Plantulli Domenico, Poggio Argentiera, Potenza Massimo, Plurk, Pownce, Pronin Emily, Proximity marketing, Pubblicità nell’era del marketing dell’ascolto, Quelli che Bravo, Radio 105, Referrals, Rex, Reputazione online, personale e aziendale, Rice Jennifer, Roberts Kevin (KR Connect), Rodriguez Evelyn, ROI, Romeo Gianfranco, Rosen Emanuel, Rossetti Andrea, Rovekamp Frank, RSS, Rubel Steve, Saatchi and Saatchi, Salesforce, Schwartz Jonathan, School of Management del Politecnico di Milano, Scoble Robert, Searls Doc, Sem-Seo, Share, Shift, Shirky Clay, Skype, Slideshare, SMS, Social lending, Social media news, Societing, Spam, SROI (Social Return of Investment), Starbucks, Stephenson Frank, State of the Blogosphere, Stickiness, Stone Biz, Stoner Casey, Stormhoek, Streaming, Stumbleupon, Sun Microsystems, Tag, Tapscott Don, Technogym, Technorati, Tempestività, Time, Tombolini Antonio, Tono di voce, Torvalds Linus, Trasparenza, TSW, Tui Viaggi, Twitter, Typepad, Ubiquity, Unomattina, User-Generated Content, Virale, Virtual workspace, Vodafone, Vodafone Station, VoIP, Volagratis, Wal-Mart, Wal-Marting Across America, Wegner Daniel, Weinberger David, Wheels eBay, Wiki, Wikinomics, Wikipedia, Williams Anthony D., Williams Evan, Wilson Fred, Windows Live Spaces, Wired, WordPress, Xing, Yahoo, YouTube, Zago Nicola, Zanet Fabio, Zonin, Zopa, Zuckerberg Marc.

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(Dal libro). Quarta di copertina. Tutto giusto?

15 gennaio 2010 max Lascia un commento

(Dal libro) SROI – Social Return Of Investment.

6 gennaio 2010 max 1 commento

Proseguo nella pubblicazione in anteprima di alcune parti del libro, come già fatto.

Colgo l’occasione di essere stato citato tra i top blog (!) di marketing da Wikio per allacciarmi a un tema legato a classifiche e misurazioni, in particolare in rapporto al ROI – Ritorno d’Investimento sui social network. (A proposito: le classifiche non contanto niente, finché non ci entri ;-)


Sviluppato nell’ambito delle iniziative umanitarie, l’approccio SROI al tema del ritorno dell’investimento identifica tecniche e metodologie per assegnare valore finanziario e di mercato al’impatto ottenuto a fronte di determinate iniziative, non misurabili con gli abituali strumenti.

Lo studio del Social Return Of Investment si rende necessario per la misurazione, in termini congrui con il mercato (quindi finanziari), di azioni il cui valore non è riconducibile a logiche di mercato.

Tipica applicazione dello SROI è il metodo “Development Ratings”, nato in Gran Bretagna nel 2006 e usato per valutare l’efficacia delle organizzazioni umanitarie nei paesi in via di sviluppo.

Alcune fonti [tra cui Maurizio Goetz/Marketing Usabile nel suo post dell'11 dicembre 2009] riportano che i metodi SROI iniziano ad essere considerati anche nelle aziende, in rapporto ai social media.

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(Dal libro) Tutto il web che serve sapere, in 100 parole (sono 109, lascio?).

13 dicembre 2009 max 11 commenti

La prima sezione del libro (in tutto sono 3)(come quale libro? quello che sto finendo di scrivere, senti che titolo: Un etto di marketing – è un etto e mezzo lascio?), tenta di raccontare tutto il web che serve sapere in 100 parole, ognuna delle quali accompagnata da alcune mie considerazioni lunghe un capitoletto.

Ma siccome è un libro per salumieri, più che per manager maniaci della precisione, ne son venute fuori 109 (anche grazie a questa discussione, che ha allungato la lista).

Come sono?

1. Age of conversation – Un libro scritto dalla rete, a 100 mani.

2. Aggregatore – Lo strumento per “leggere la rete”, laddove leggere è sinonimo di ascolto.

3. Aggregatore sociale – Contenuti + condivisione.

4. Alert – Che si dice di te in rete?

5. Ascolto – Qualcuno sta parlando di te. Ascolta, forse ti verrà voglia di dire la tua.

6. Aziende con le Orecchie – Un luogo di conversazione online, dedicato a “chi pratica il marketing dell’ascolto in Italia, e come”.

7. Blog - Uno “strumento abilitante”, niente di meno ma neanche niente di più.
Un protagonista del marketing dell’ascolto talvolta sopravvalutato e spesso lasciato solo a ricoprire un ruolo più grande di lui.

8. Blogosfera – La grande comunità dei blogger: il popolo che posta, commenta, scopre, dialoga, riporta.

9. Carrefour - La forza della blogosfera, attivata da un bambino.

10. Ceo blog – Quando il boss decide di bloggare. Una scelta che ha illustri e illuminanti esempi.

11. Co-creation – Un caposaldo del “nuovo” marketing.

12. Coda lunga – La teoria che ha spiegato al mondo perché l’economia digitale non è come quell’altra.

13. Comunicato stampa – Uno strumento che cambia pelle, come tutto il resto.

14. Controllo, perdita del – Quando le aziende si concedono l’intelligenza di cambiare idea, come conseguenza di uno scambio informativo con il proprio mercato.

15. Cluetrain manifesto – Il manifesto che ha detto al marketing: “guarda che il mondo sta cambiando, sveglia!”

16. Community – Un possibile, futuro sinonimo di “azienda”.

17. Concorrenza - La concorrenza è all’ascolto? I vostri clienti ascoltano la concorrenza? La concorrenza può partecipare alla conversazione? La risposta è sempre sì: in una conversazione matura ed evoluta non si può far finta che i competitor non esistano.

18. Condivisione libera e gratuita – Chi non condivide vecchio è.

19. Conversazione – E’ tutto qui. Il potere del passaparola, forma pubblicitaria tra le piu antiche, ha trovato con Internet la sua epoca d’oro.

20. Convinzione - Come accade nel mondo reale, anche su internet qualcuno “ci fa”.
Queste persone non si ricordano che in rete tutto lascia traccia.

21. Creative Commons – La cornice di riferimento che ha creato la possibilità di riprodurre i contenuti in modo legale.

22. Critiche - Le critiche dei consumatori vanno accolte con gratitudine, perché sono segnali di attenzione, e occasioni di miglioramento.

23. Crowdsourcing – La scoperta che tutti possono avere un’idea utile.

24. Desmoblog, la tribù Ducati – Il blog che ha portato l’azienda a chiedersi “di chi è la Ducati?”

25. Digital Divide – La rete tende a unire il mondo, ma lo divide anche: in chi c’è e chi non c’è.

26. Edelman – Un colosso che ha imparato a proprie spese come ci si muove in rete.

27. Embed – Un verbo dal significato fortemente simbolico.

28. English Cut – Come salvare un business ottocentesco con un approccio da 21° secolo.

29. Enterprise 2.0 – Se il web suggerisce all’azienda un modo di essere.

30. Evangelista - Quando si crede in qualcosa, lo si dice a tutti.

31. Facebook - Il social network in blu, creato da un 19enne nel 2004 ed arrivato a 200 milioni di iscritti, 5 anni dopo.

32. Fake - Il peccato mortale del marketing dell’ascolto: essere fake!

33. Feed - Fame di informazione? Niente ti nutre come la rete!

34. Feedback - La risposta che viene dalla rete, la base su cui valutare le scelte.

35. Fiat - Un brand italiano che ha capito in fretta come muoversi su internet: ascoltando.

36. Fiducia - Una parola che vive una seconda primavera.

37. File Sharing - La rete è condivisione, non sempre controllabile.

38. Folksonomia – Sai che c’è? Decido io come organizzarmi l’archivio.

49. Free Knowledge - Tutto gratis? No. Però…

40. Freemium - Il modello di business inventato dalla rete.

41. Friends - E tu quanti amici hai su Facebook?

42. Global Microbrand - Quando la rete rende universali le cose locali, come una bottega artigianale, un produttore di vino.

43. Glocal - E’ un mondo sempre più piccolo.

44. Godin, Seth – Il calvo che non sbaglia un colpo.

45. Gratis come dono per la rete (prima dare, poi ricevere) - Il dono è la base di tutte le reti. Con buona pace dei business plan.

46. iPhone – L’oggetto che ha dato i superpoteri a tutti.

47. Human resources - La rete cambia anche il modo di cercare (e trovare) lavoro.

48. Innovazione – Una volta era il fiore all’occhiello delle aziende più evolute. Oggi è l’unica possibilità reale per sopravvivere.

49. Investimento (denaro, tempo, energia) - Il fatto che la rete sia immateriale non vuol dire che non costi niente.

50. Kriptonite – Il potere del passaparola: quello che Kriptonite ha insegnato al mondo (a sue salatissime spese).

51. Lego - L’esperienza di co-creazione di Lego Factory.

52. Lifestreaming – Teniamoci in contatto, in tempo reale.

53. Linguaggio informale – Come deve parlare un’azienda in rete? Non come un’azienda, ma come una persona. Sembra semplice, ma non lo è.

54. Linkare, linkare, linkare - Il filo rosso della rete, di post in post, verso ciò che mi interessa.

55. Liveblog - Un evento seguito in diretta e riportato su un blog, mentre accade.

56. MacLeod, Hugh - Da copywriter a eroe della blogosfera corporate, passando per Savile Row.

57. Marketing Reloaded – Un convegno, un libro, un’idea di rinnovamento di marketing partito dal Politecnico di Milano.

58. Metriche - La difficile misurazione dell’efficacia delle conversazioni.

59. Microblogging - Cosa stai facendo ora? Dillo alla rete!

60. Mosaico Arredamenti – Un caso di passaparola negativo tutto italiano, con tanto di querela e richiesta risarcimento danni per ben 400.000 euro.

61. Motori di ricerca - I google you!

62. Multicanalità – La molteplicità dei canali: un bel paradosso per chi vuole comunicare (e vendere) sempre lo stesso prodotto.

63. Naked Conversations - La bibbia di ogni corporate blogger, e di ogni azienda aperta all’ascolto.

64. Networking - Cos’è la rete se non un network di persone? Da qualche tempo coltivare il proprio network è diventato un’attività specifica.

65. Nome del blog – Il primo passo del blog, uno dei più importanti.

66. Open source – Quando i tecnologi individuano un trend epocale.

67. Partecipazione – Mai come nel marketing dell’ascolto “L’importante è partecipare”.

68. Passaparola - Niente di nuovo, a parte la potenza incredibile di internet.

69. Passaparola negativo – E’ molto più probabile che venga riportata una notizia cattiva che una buona.

70. Pazienza – Ascoltare, significa non dover mai dire “uffa!”

71. Peer-to-Peer - Una rete di computer senza gerarchie. E quindi – attenzione! – un posto dove non comanda nessuno.

72. Perché - Motivi e ragioni per ascoltare la propria base di utenti.

73. Permanenza delle conversazioni in rete – Come i diamanti, internet è… per sempre!

74. Permission Marketing - Quando il marketing imparò la buona educazione.

75. Persona - Chi è al centro del web?

76. Proximity marketing/Mobile marketing – Il messaggio giusto, sul territorio.

77. Pubblicità nell’era del marketing dell’ascolto – Ha ancora senso bombardare i consumatori di messaggi pubblicitari quando questi hanno capito che possono pretendere (e ottenere) un contatto diretto?

78. Quelli che Bravo – Il blog che raccontò la nascita di un’auto, forse il primo al mondo.

79. Referrals – Sappiate chi parla di voi.

80. Reputazione online, personale e aziendale – Tu non sei tu, sei quello che Google dice di te (titolo dalla GGD Milano7).

81. Roberts, Kevin (KR Connect) - Ceo blog, dal mondo della pubblicità.

82. Roi del blog – Return of Investment o Return of Influence? – La questione che non fa dormire i marketing manager.

83. Rss – Il fattorino elettronico che mi fa arrivare tutti i contenuti da tutti i siti che mi interessano, come e meglio dell’email.

84. Schwartz, Jonathan – Il ceo che blogga dal tavolo di cucina.

85. Sem/Seo – Search engine marketing/Search engine optimization – Cercare la visibilità su Google è un’arte nobile (quasi sempre).

86. Share - “Share this”: il precetto del contenuto interessante.

87. Skype - Quando la rete trasforma un gesto quotidiano come quello di telefonare.

88. Societing - Perché il marketing del nuovo secolo merita una nuova parola (parola di Giampaolo Fabris).

89. Spam – La carne in scatola tramutata in email spazzatura dal genio dei Monty Python.

90. Sroi (Social Return Of Investment) – Misurare il ritorno dell’investimento al di fuori del “mercato”.

91. Stickiness - Il contrario di ciò che che pensavamo tutti.

92. Stormhoek - Produrre vino in Sud Africa e venderlo in tutto il mondo grazie a un copywriter inglese.

93. Streaming – La vita in rete, in diretta.

94. Technorati - La casa internazionale dei blog.

95. Tag - Ti ho taggato in una foto…

96. Tempestività - I tempi della rete sono tre: ora, subito, immediatamente.

97. Tono di voce - Prima di parlare, pensa a come farlo (se vuoi che qualcuno ti ascolti).

98. Trasparenza - “We are in the age of the Transparency Tiranny”.

99. Twitter - Decine di milioni di utenti, uno status da star dei media e (ancora) niente profitti.

100. User-generated content – Crea la tua pubblicità, il tuo marchio, il tuo prodotto.

101. Virale – Una moda… contagiosa.

102. Virtual workspace - Come cambia il lavoro, così cambiano gli ambienti in cui si svolge.

103. VoIP - La voce viaggia su internet.

104. Weinberger, David - Il guru che ha visto lungo.

105. Wiki - Mettiamo insieme la conoscenza. Magari facciamo la più grande enciclopedia della storia del mondo.

106. Wikinomics – La collaborazione di massa che cambia le cose.

107. WordPress - Bloggare non è mai stato così facile.

108. YouTube – Broadcasting yourself.

109. Zopa - Il prestito sociale che bypassa le banche. Un’idea che l’Italia non ha voluto meritarsi.

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(Dal libro) Una prefazione scritta così.

11 dicembre 2009 max Lascia un commento

Per le aziende è il tempo di distogliere lo sguardo dal dito e cominciare a guardare la luna.

La prefazione del mio libro, scritta da una persona che stimo enormemente, contiene frasi come questa.

Chapeau.

(Dal libro) Copertina e titolo!

10 novembre 2009 max 22 commenti

Non è bellissima? Art direction di Laura Coppola (bravissima as always). A gennaio in libreria!

[UPDATE 17/12/2009 - E' ufficiale: l'editore mi ha autorizzato a dare un codice sconto del 20% a tutti coloro che ne fanno richesta, da ora fino alla data di uscita. Chi fosse interessato può lasciare nei commenti la sua email (il prezzo sarà così di 12 euro anziché 15 (in ogni caso non c'è obbligo di acquisto). Approfittatene!]

Immagine 1

(Dal libro) Questo libro: perché e per chi.

27 ottobre 2009 max 3 commenti

Tra le tante cose che sto facendo, c’è anche il libro, di cui ho già parlato.

Bella notizia: non è più un sogno nel cassetto, ma una bozza in consegna a un editore molto importante, importantissimo (il più importante del mondo direi, visto che stampa il mio libro!).

Ringrazio quindi Alpha Test, che porterà questo lavoro nelle librerie a inizio 2010, e continuo nella pubblicazione di alcune parti.

Non credo, infatti, si possa scrivere un libro sui social media senza condividerlo.

E poi – diciamocelo – come rinunciare a un lavoro di revisione come questo?

PREMESSA

Questo libro: perché e per chi.

Un copywriter che scrive di marketing non è certo la miglior ipotesi di lavoro. Però. Mai come ora, nella comunicazione d’impresa, la figura di chi scrive (tradizionalmente i copywriter) è stata così vicina a chi decide le strategie.

E questo non tanto per un’accresciuta importanza del ruolo degli “scribacchini” come il sottoscritto, quanto perché le strategie sono divenute liquide e in continuo, incessante aggiornamento. Questo a causa di quegli strumenti che solo chi ama scrivere (o comunicare) maneggia nel giusto modo: blog, reti sociali, conversazioni online e quant’altro.

La strategia è andata verso la parola. Ha lasciato i rigidi powerpoint del reparto marketing per entrare nel magmatico mondo delle conversazioni.

Per questo, da circa due anni affianco al mio lavoro di copywriter quello di “comunicatore online”, esperienza in continua evoluzione che mi ha portato, tra le molte cose, anche a scrivere questo libro.

Quanto al “per chi”, queste pagine si rivolgono a tutti, perché credo che questo periodo stia facendo nascere un’attitudine più aperta, anche e sopratutto al di fuori dei reparti marketing tradizionali, che permette di promuovere i propri prodotti e servizi a tutti coloro che hanno… qualcosa da dire.
E se non hanno una laurea in Bocconi e un master a Stanford, pazienza.

Infine, una parola sulla struttura.

Ho cercato di non dare nulla per scontato, con l’obiettivo di dare una panoramica completa dapprima sui concetti (le cento parole da sapere), poi sugli strumenti (quali sono e come usarli) per finire con alcuni esempi, sia di grandi aziende sia di imprenditori sconosciuti al grande pubblico, ma depositari di forti esperienze personali.
Questi magnifici visionari sono da ringraziare in modo particolare – non solo per avere avuto la generosità di rilasciarmi un’intervista personale – ma soprattutto per il loro essere di ispirazione per tutti coloro che affrontano il mercato armati soprattutto di idee.

Open source (dal libro).

4 maggio 2009 max 10 commenti

Di tutte le voci contenute nel libro che sto scrivendo, questa è una di quelle che mi dà una leggera sensazione di disagio. Credo sia perché parte da un terreno che non mi è familiare, anche se un po’ lo bazzico: quello dei programmatori. E anche il punto di arrivo finisce lungo, quasi nella sociologia, anzi, nel societing. E comunque sia, l’ho letto e riletto e mi pare che abbia un senso.

Chissà se qualcuno passa di qua e mi dice la sua. Grazie in anticipo.

Open source

Quando i tecnologi individuano un trend epocale.

Questa voce, nell’ambito del marketing dell’ascolto, ha due possibili interpretazioni: la prima riguarda le basi storiche di questo movimento tecno-intellettuale, alla base di tante applicazioni usate ogni giorno dalla community aziende-consumatori; la seconda ha risvolti più ampi, con influenza nell’atteggiamento generale dei consumatori verso le marche.

A livello storico, il movimento open source (definizione che sostituì nel 1997 quella più ambigua di “free software”, che poteva significare sia gratuito che libero) si è sviluppato intorno a coloro che difendevano l’idea della libera condivisone del codice sorgente dei programmi, contrapponendosi all’approccio commerciale del software proprietario (venuto dopo, in quanto l’idea di condivisione del software nasce con l’informatica stessa), il cui uso era possibile solo attraverso l’acquisto delle licenze.

Il primo eclatante risultato di questa visione fu raggiunto grazie alla potenza di Internet – nel 1991 – con il sistema operativo Linux, subito distribuito online e che, proprio per questo ha conosciuto ampia diffusione, e un alto livello di perfezionamento.

Questo precursore delle esperienze successive di Mozilla (la fondazione non-profit che ha portato alla creazione di Firefox, il browser Internet entrato nel 2008 nel Guinness dei primati per aver battuto tutti i record di download) ha creato le premesse per l’ approccio condiviso e collaborativo che avrebbe poi informato tutta la rete attraverso l’onda dei blog e dei social network, a loro volta assi portanti di nuove visioni economiche quali la coda lunga e le teorie collaborative della wikinomics.

E qui entriamo nel secondo aspetto, quello che ha influenzato significativamente la nostra visione del rapporto marche-consumatori.

Se non vi fosse stato l’open source, che potrebbe essere maccheronicamente tradotto come “un prodotto valido, creato insieme, disponibile a tutti a costo zero” avremmo poi maturato, come consumatori, la consapevolezza necessaria a “fare da soli”, attraverso le conversazioni?

E a livello economico, se non ci fossimo resi conto, come “gente comune”, che un prodotto valido può non costare nulla, saremmo mai arrivati ai voli low cost, ai prodotti discount, al modello freemium (prodotto base gratuito, prodotto aggiuntivo a pagamento, come ad esempio i telefonini gratuiti per chi fa un abbonamento), alla rivoluzione dell’industria discografica creata dai brani scaricabili in digitale?

Un etto di marketing (è un etto e mezzo, lascio)?” di Massimo Carraro, ed. Alpha Test, sarà in libreria a fine gennaio 2010. Per avere un codice sconto del 20% senza obbligo di acquisto basta una mail.

Blog. (Dal libro).

6 febbraio 2009 max 8 commenti

Un’altra pagina del mio libro in progress. (Altre ce ne sono qui e qui). Questa è dedicata ai Blog Aziendali, strumenti curiosi che sembra stiano passando di moda (ma forse solo per chi li ha vissuti come una moda, appunto).

Comunque sia, come dicono alla Lago su FriendFeed, il blog è solo una scusa, un punto di partenza. Ho scritto più o meno questo, nelle righe che seguono.

Come sempre, ogni commento non è solo benvenuto, ma accolto con gratitudine.

Blog

Uno “strumento abilitante”, niente di meno ma neanche niente di più.
Un protagonista del Marketing dell’Ascolto talvolta sopravvalutato e spesso lasciato solo, a ricoprire un ruolo più grande di lui.

Il blog è la “star” del Marketing dell’Ascolto.

Senza la portentosa ondata di blog che ha investito la rete negli ultimi 5 anni (siamo attualmente a 133 milioni), non sarebbe nato un approccio di marketing come quello oggetto di questo libro.

Ma non tutto può essere svolto con un blog e soprattutto non tutto si risolve con un blog.
Semmai, tutto può iniziare con un blog, questo sì.

Questo tipo di sito, le cui caratteristiche distintive  – lo ricordiamo – sono semplicemente due: la possibilità data a chiunque di pubblicare i propri commenti, e l’aggiornamento in ordine cronologico inverso (cioè l’ultimo articolo appare sempre sopra gli altri,  visibile per primo a chi si collega al blog), è il “posto di conversazione” per eccellenza, e come tale è stato giustamente implementato da moltissime persone e molte aziende.

Tuttavia, l’apertura del blog non esaurisce le tematiche del Marketing dell’Ascolto, ma contribusce ad innescarle, come piattaforma che rende possibile un dialogo tra sconosciuti, su un piano di parità.

La signora Maria può finalmente parlare con chi pensa, realizza e vende i prodotti che lei usa ogni giorno.

Rivoluzionario, sicuramente, ma solo a patto che questa conversazione riesca a far instaurare un reale dialogo tra la signora Maria e l’azienda con cui vuole parlare.

In caso contrario, il blog finisce per essere una specie di segreteria telefonica dove lasciare messaggi che non avranno seguito, creando ulteriore disappunto e distanza dalla marca.

Viceversa, il blog seguito, aggiornato e moderato è una vera e propria macchina produttrice di dialogo virtuoso, dove numerosi piccoli miracoli di one-to-one marketing vengono resi possibili, pagando un modesto prezzo economico (e un meno modesto prezzo di tempo/energia, va detto).

I livelli a cui il blog aziendale si rivela un’esperienza utile sono, secondo me, tre:

1. il piano della conversazione;
2. il piano della valorizzazione dei contenuti aziendali;
3. il piano del progressivo ripensamento dell’azienda in termini di marketing evoluto.

A questi aggiungo – lasciandolo volutamente in un rank successivo – un 4° livello, riguardante il lavoro sui motori di ricerca, di cui parliamo in altre pagine.

1.
Il piano della conversazione è il più immediato, e il più elettrizzante sul momento.

Al di là del dispendio di tempo/energie che richiede – che va comunque messo in conto – ricevere un commento sul blog a proposito dell’azienda o del prodotto è un’emozione generalmente positiva per chinque lavori con passione.

Là fuori qualcuno ci ama… o almeno ci parla.

Questo semplice fatto ha un valore straordinario, e non è difficile realizzarlo se pensiamo per un attimo all’incidenza che le nostre aziende e i nostri prodotti hanno sulla vita reale di chi li sceglie, sugli scaffali del supermercato… molto bassa – per usare un eufemismo indolore.

Nessuna, per dirla chiara.

Invece il blog raccoglie, ctalizza, favorisce l’attenzione di chi desidera dialogare con l’azienda.

Non si metterà mai abbastanza enfasi sull’importanza di questo semplice fatto che – come un seme messo in terra – può far crescere un rapporto sano e forte tra prodotto e consumatore, di una pregnanza del tutto impensabile fino ad oggi.

Per questo il piano della conversazione – spesso la molla iniziale, di solito insieme a una sana curiosità – è il pilastro di ogni blog, e come tale va curato e portato avanti con la dovuta attenzione e solerzia.

2.
La valorizzazione del contenuti aziendali è l’indiretta, virtuosissima, conseguenza che deriva da una necessità basilare di ogni blog: quella di essere aggiornato.

Si sa, il buon blog non dorme mai troppo a lungo, e un aggiornamento frequente e regolare è vitale perché riesca a guadagnarsi attenzione e interesse.

Di qui, la tipica domanda a occhi sgranati di chi è deputato a questo lavoro:

“Ma di cosa parleremo?”

Proprio questo è l’inizio della valorizzazione dei propri contenuti.

Se guardata con occhi esterni e soprattutto non distratti da visioni esclusivamente “ROI-oriented”, ogni azienda scopre di avere moltissimi aspetti di cui vale la pena parlare, una narrazione certamente ricca dal punto di vista umano e, perché no, interessante in relazione alla propria sfera di attività.

Certamente interessante per coloro (e quasi tutte le aziende ne hanno, spessissimo a loro insaputa) che costituiscono i fan del marchio o del prodotto.

Questo “sentiero obbligato”, che nasce dall’angosciosa domanda “Di cosa parleremo?” è in realtà lastricato di belle scoperte, che portano l’azienda a dare valore e rilevanza, – per il semplice fatto di raccontarle sul web – a molti aspetti dell’attività, dando umanità, calore e personalità al profilo spesso asettico e anonimo dell’azienda, una volta fatta la tara dei suoi messaggi pubblicitari.

3.
Il terzo “livello di importanza” di un blog aziendale è forse il più interessante, nonché il piu profondo. E’ quello che incoraggia l’azienda verso una diversa visione di sé, meno autoriferita
.

Come Seth Godin ha avuto occasione di dire, uno degli aspetti più importanti del blog aziendale è quello di obbligare se stessi a pensarsi in termini di contenuti rivolti all’esterno, sforzandosi di “tradurre” cio che accade dentro l’azienda in un linguaggio comprensibile al di fuori.

Tale processo fa sì che l’azienda guardi alle proprie cose con occhi diversi, cercando lo sguardo  di chi legge, e non, come sempre, attraverso le visioni a senso unico tipiche dei processi aziendali.

Può sembrare marginale, e invece è centrale.

Un cambiamento di questo tipo può contribuire a spostare la visione di un’azienda da autoriferita a centrata sull’esterno.

A forza di pensarsi con gli occhi degli altri (è questo che fa il blog: nel momento in cui si scrive un post si pensa a chi lo leggerà), finisce per rendersi conto di essere un interlocutore vivo e reale.

Una sensazione per nulla spiacevole, specie se si considera che è esattamente quello che vogliono oggi i consumatori.

Un etto di marketing (è un etto e mezzo, lascio)?” di Massimo Carraro, ed. Alpha Test, sarà in libreria a fine gennaio 2010. Per avere un codice sconto del 20% senza obbligo di acquisto basta una mail.

Perché ascoltare. (Dal libro).

19 gennaio 2009 max 5 commenti

Continuo con la pubblicazione di qualche stralcio del libro, come già fatto (tra l’altro, c’è un preliminare, cauto interesse da parte di un editore, speriamo bene).

Ricordo che tutto questo nasce dall’esperienza del blog Aziende con le Orecchie.

Se qualcuno ha voglia di darmi un parere, apprezzerò moltissimo.

Nella stesura attuale, questa paginetta apre il testo. (Attenzione: Se conoscete l’argomento, di sicuro vi annoierete. Qui si parte dalle basi…)

Perché ascoltare.

Il marketing ha sempre suggerito alle aziende come parlare.

La comunicazione d’impresa, figlia del marketing, è sempre stata una specie di mostro senza orecchie e una bocca enorme.
Ascoltare non è mai stato nemmeno previsto, se non nelle forme sublimate e aziendocentriche delle ricerche di mercato.

Poi arrivò Internet.
I destinatari dei messaggi delle imprese (definiti “target”, bersaglio, termine che la dice lunga sulla considerazione di cui godevano) inziarono a parlare tra di loro.
Di tutto. Prodotti e marche compresi.
Sorpresa!
Bastarono pochissimi anni perché l’azienda non fosse più la protagonista incontrastata della sua comunicazione, l’unica voce in grado di farsi sentire davvero riguardo ai suoi temi.
Iniziò a diffondersi un certo brusìo di fondo.
Ai colpi di cannone degli spot tv e ai mitragliamenti delle campagne multimediali, le persone comuni iniziarono a contrapporre il cicaleccio di fondo, una chiacchiera diffusa proveniente dal basso, e piuttosto indifferente ai botti che aveva sopra la testa.

Stimolate da Internet e dalle sue tecnologie abilitanti, blog in primis, le conversazioni personali uscivano dalla sfera dei contatti personali, per entrare nella “big conversation” illimitata e globale che chiunque può trovare in rete su qualsiasi argomento.

E tra gli argomenti più gettonati – naturalmente – prodotti e marche.

In questo panorama, le scelte che un’azienda si trova davanti sono due: prendere atto di queste conversazioni (e magari iniziare a seguirle senza escludere l’idea di prendere la parola), oppure far finta di nulla e lasciare che i discorsi proseguano senza la sua presenza.

La seconda ipotesi è ovviamente riservata a chi non ha a cuore le sorti del proprio business. Per tutti gli altri, l’ipotesi dell’ascolto diventa ineludibile.

Fortunatamente per le imprese, le tecnologie abilitanti sono qui per tutti, e quindi le possibilità date ai consumatori sono offerte anche ad esse, e le condizioni per accedervi sono assolutamente sostenibili.

A patto di riuscire a fare il passo.

Nel momento in cui l’ascolto dei consumatori diventa parte della strategia aziendale, infatti, è come se l’azienda facesse un piccolo passo indietro nella gestione delle proprie sorti, come se decidesse di far sedere in consiglio d’amministrazione anche un paio di signore Pina e qualche sig. Mario.

Il vantaggio derivante da questa minimale e relativa perdita di controllo, però, è ampiamente ripagante.

Per la prima volta possono parlare direttamente con il proprio mercato.

“Direttamente” significa il manager o l’imprenditore a contatto con la signora Pina o il sig. Mario.

Non si tratta di comunicati stampa o di pubblicità ben scritte.
Si tratta dell’imprenditore (non dell’impresa: dell’imprenditore, o comunque di persone vere) faccia a faccia con il consumatore, in uno scambio diretto, e a volte anche immediato.
Anzi, più propriamente, si tratta dell’imprenditore zitto e con le orecchie ben aperte davanti al suo consumatore che gli parla.

Può essere un trauma.
Ma può anche essere il ritorno di una grande storia d’amore.
Non dimentichiamo che le persone amano i prodotti e chi li crea, se questi sanno comportarsi in modo da meritarlo.

E niente può raccontare un’azienda meglio di Internet, grazie alla conversazione che rende possibile.

Solo chi ascolta può capire questa cosa, in tutto il suo significato.

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La pubblicità nell’era del marketing dell’ascolto. (Dal libro).

12 gennaio 2009 max 13 commenti

Come promesso, inizio a pubblicare qualche stralcio del libro.

Colgo l’occasione della pagina pubblicitaria Febal dedicata al blog, appena uscita su Novella 2000 (beh, che c’è, dovevamo farla su Punto Informatico, la pubblicità del blog delle cucine?!) per affrontare un tema che mi preme molto, cioè il rapporto tra ascolto e pubblicità.

Questo che segue è il passaggio dedicato all’argomento.

Mi raccomando, conto sui vostri pareri!

La pubblicità, alla pari del marketing, non se la passa un granché bene.

Per cause che, a pensarci bene, sono alla base di questo libro (in sostanza, il rinnovato potere del passaparola), la reale incisività delle campagne pubblicitarie sui mass-media appare in questi tempi per lo meno un po’ blanda, e molti piani di comunicazione vengono portati avanti più per abitudini inerziali che per reale convinzione.

Occorre anche dire che, in tempi di crisi – checché se ne dica negli ambienti pubblicitari, che sostengono da sempre che è proprio in questi momenti che occorre intensificare gli sforzi di comunicazione – i budget vengono tagliati, e non c’è dubbio che una strategia di ascolto, a conti fatti, vive di cifre molto più contenute di quelle dell’advertising.

Ma, al di là di tutto, è possibile elaborare, sulla pubblicità, una posizione coerente con i tempi e al tempo sensata da un punto di vista di marketing?

Per quello che mi è dato di capire, credo sia una domanda prematura, quindi destinata a trovare una risposta con il tempo.

Ritengo però che già ora sia possibile innovare la visione dell’advertising, facendo tesoro delle esperienze suggerite dalle strategie di ascolto, sia alle aziende sia alle agenzie.

Ad esempio, appare del tutto superato, alla luce dei dialoghi in rete, l’approccio persuasivo basato sull’effetto speciale fine a se stesso, sui toni privi di un vero legame con il prodotto e soprattutto sulle promesse non sostenibili da un punto di vista di normale buon senso.

Questo per un semplice motivo: anche se ci sarà sempre qualcuno che si farà abbindolare da promesse vuote, è ormai evidente come fasce sempre crescenti di pubblico stiano sviluppando un atteggiamento fortemente critico e selettivo nei confronti dei “consigli per gli acquisti”, le conversazioni in rete lo testimoniano.

Inoltre, vedendo la questione da un punto di vista più ampio, quale miglior occasione di un annuncio tabellare per stimolare una conversazione, fornendone sia lo spunto sia la piattaforma per farlo?

A questo proposito, nel manifesto del marketing dell’ascolto ho inserito un riferimento diretto ed esplicito, che non rinnega la pubblicità, ma prova appunto a vederla con occhi nuovi:

6.
Le nostre campagne pubblicitarie sono un momento di scambio con i consumatori. Per questo mirano a creare complicità e coinvolgimento, evitando approcci imperativi.

In sintesi: anche nell’advertising, sia a livello concettuale che di linguaggio, non si può più prescindere dai crescenti livelli di consapevolezza e capacità di confronto del consumatore.

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