Quelli che hanno tre tavoli.

Mi ricordo, appena arrivato in Pirella, l’enorme stupore e ammirazione che suscitava in me Emanuele Pirella attivo sui suoi tre tavoli: uno di capo di agenzia, uno di cartoonist (in condivisione con Tullio Pericoli), uno di critico televisivo per L’Espresso.

Il flash era ancora maggiore se pensavo che due di quesi tre tavoli presupponevano una consegna regolare, che non poteva slittare per nulla al mondo in quanto legata all’uscita in edicole delle testate: la vignetta per Repubblica, ogni sabato, e la critica per L’Espresso, idem. (Lasciamo perdere le consegne dell’agenzia, che quelle le facevamo ogni mattina dopo una notte di lavoro, però in quelle non era solo… eravamo in un centinaio a pensarci).

Da allora non ho mai smesso di ammirare incondizionatamente chi è capace di fornire un prodotto in modo costante-regolare-affidabile-caschi il mondo (altri esempi: Altan, Bucchi, Forattini nella satira, e naturalmente mille altri).

Ci vuole una grande serietà e capacità a operare (bene) su molti tavoli.

Credo che questo mio piccolo amarcord sia stranamente attuale per molti di noi, penso anche ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro già consapevoli che dovranno essere in grado di seguire molti diversi incarichi, a volte contemporaneamente, se vorranno avere esperienze interessanti.

3 commenti
  1. A me però Bucchi non piace. Non piace a tal punto che ogni volta che compro La Repubblica mi sembra di averla pagata 1 cent in più di quanto dovrei. Poi, per fortuna, c’è l’Amaca di Serra che ripaga ampiamente il cent perso.

  2. max ha detto:

    de gustibus… certo che a vederli così, insieme, pirella altan bucchi ellekappa… abbiamo una squadra di cartoonist satirici niente male in italia. merito di cuore di michele serra (eccolo qua), e del male prima, credo.

  3. marco ha detto:

    Gli anni che ho passato in Pirella e le occasioni di lavoro che ho avuto con Emanuele mi hanno lasciato tante cose. Quella che ritengo più importante è quella che io chiamo la “cattiveria buona”, quella sana, quella forma di incontentabilità verso se stessi e il proprio lavoro, quella che non finisce nemeno quando è uscito un ottimo lavoro, il mondo ti applaude e tu stai lì a pensare: “Sì, però forse si poteva…”

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