Ce la faremo? Chiedi ad Andrea Andreutti.

Avevo scritto che avrei raccolto qualche testimonianza di prima mano sull’argomento “Italia: ce la faremo?” (articolo del nytimes sull’Italia depressa ecc).

Il discorso è stato ripreso (oltre che da varie persone su questo blog, grazie a tutti, anche a chi si candida a imperatore…) da Mauro Lupi, nel suo post di inizio anno, e Andrea ha commentato in modo secondo me molto interessante.

[Andrea Andreutti, da poco divenuto director of interactive services di Cheil, è un riferimento importante della blogosfera italiana. Quando non è in viaggio di lavoro in oriente, scrive per Samsung un corporate blog spesso citato ad esempio. Il suo blog personale è qui].

Mi ha autorizzato a riprendere le sue parole:

E’ ora che l’Italia esca dall’immobilita’ che l’attanaglia da troppo tempo. E’ una situazione di torpore alla quale pericolosamente una parte della popolazione si sta abituando, spesso influenzata dal troppo consumismo palliativo (utile per “consolarla” da altre ben piu’ importanti mancanze di stimoli) e dal solito infinito e poco produttivo ping-pong tra sinistra e destra, che porta poco o nulla a un paese che sembra avere sempre meno da dire.

Anche a me preoccupa vedere che molti giovani (fortunatamente non tutti) sembrano aver buttato la spugna gia’ a 25 anni, rifugiandosi a volte per convenienza, a volte per necessita’, sotto le ali (e il portafoglio) di mamma e papa’.
Ogni tanto poi mi capita di incontrare ragazzi che a fronte di piccoli e temporanei sacrifici pretendono successo e soldi immediati.

No, purtroppo non funziona cosi’ (almeno fuori dai format televisivi o le riviste patinate), anche se piacerebbe tanto anche noi quarantenni, che probabilmente saremmo gia’ su una bella spiaggia ai tropici a goderci il sole tutto l’anno.

Il paese deve cambiare e deve cambiare anche il modo di fare business: vale nell’industria come nel mondo della comunicazione e dell’advertising dove troppo spesso si invoca il cambiamento solo fino al momento in cui non mette a rischio i nostri interessi o rischia di modificare i meccanismi oliati che siamo sicuri garantirci fatturato.

E qui non ci sono giovani che tengono. Qui dobbiamo metterci in gioco tutti noi.

Pero’, come anticipavo, so che c’e’ anche una fetta importante di Italia che continua a credere con entusiasmo in quello che fa, mettere la propria esperienza a disposizione degli altri, farsi sentire quando trova qualcosa che non funziona, mettere a rischio del proprio (in silenzio) per andare avanti e provare a costruire un futuro ancora migliore.

Personalmente continuoa credere in questa Italia e sono convinto che sudando sette camicie ce la faremo ancora una volta, ovviamente al fotofinish.

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