Ce la faremo? Chiedi a Giona Maiarelli.

Giona Maiarelli (qui il link al suo studio) è un mio caro amico, oltre che un graphic designer con la G e la D maiuscole.

Dopo avermi suggerito di fare il copywriter una sera a Pordenone, tanti anni fa, è andato a lavorare con Milton Glaser a New York, ha aperto studi a Bologna e Long Island, ha lavorato per Alice (poi diventata Lowe) a Parigi.

Detto così sembra facile, o un figlio di papà, invece no, Giona io l’ho visto fare tutto questo con le sue sole forze (leggi: passione per il suo lavoro e olio di gomito).

Adesso vive negli Usa, da dove ci manda queste righe sul suo paese, l’Italia, in commento a quanto scritto dal nytimes.

Ditemi se non vi viene da alzarvi e spaccare tutto quando leggete del funerale di Enzo Biagi.

[Altri spunti per la conversazione qui e qui].

L’articolo del New York Times sull’Italia, che tu ed altri avete commentato sul tuo blog, fa, secondo me, una radiografia accurata della situazione del nostro paese. Da un po’ di anni la metafora che mi viene in mente pensando all’Italia e’ quella di un limone spremuto, un paese che ha gia’ dato il meglio di se. Un po’ di succo rimane naturalmente.

E infatti alla domanda che tu poni: “Ce la faremo?” rispondo di si. Si perche’ 2000 anni di storia sono una zavorra, ma anche una risorsa formidabile, si perche’ la cultura e l’intelligenza non si insegnano neanche nelle piu’ esclusive universita’ americane, si perche’ gli italiani hanno il raro dono della flessibilita’ e sanno pensare con la propria testa quando vogliono. E poi succede ancora, per fortuna, che quando dico ad un americano appena incontrato che sono italiano, mi guarda con gli occhi stralunati che dicono: “ma che cazzo ci stai a fare qui”? I tempi e le modalita’ di questa riscossa non riesco ad immaginarli; magari esistono veramente i corsi e ricorsi della storia e allora siamo a cavallo.

Il presente pero’ caro Massimo non offre un bello spettacolo. Sono contento che tu sia riuscito a circondarti di persone positive, ma a me pare che ci sia una depressione diffusa in Italia e vedo un sacco di gente che si barcamena, ma nessuno che ha un vero progetto politico, sociale, economico o culturale capace di suscitare entusiasmi. E senza dei progetti, lo sai, e’ piu’ difficile alzarsi la mattina. Anche per una nazione.

Prima di scrivere queste due righe ho fatto un sondaggio, rigorosamente non scientifico, con amici connazionali che vivono a New York e dintorni e, come me frequentano l’Italia per lavoro, e tutti hanno confermato di aver letto e approvato l’articolo in questione.

Del resto lo sapevo gia’ perche’ con loro prima o poi si va a finire su quell’argomento e gia’ da qualche anno commentavamo con sgomento lo spettacolo di un paese stregato dal calcio e dalla televisione, la politica asfittica, il fenomeno dei giovani che non si emancipano dalla famiglia, eccetera, la lista e’ molto lunga.

Queste osservazioni sull’Italia le fanno anche gli amici italiani che vivono a Londra, Parigi, Spagna e…in Italia. Mia sorella si occupa di editoria e mi parla di statistiche sulla lettura in Italia sconfortanti (e allarmanti).

Un mio amico bolognese e’ andato a Milano qualche settimana fa per portare omaggio alla salma di Enzo Biagi; un gesto semplice, sincero, di una persona che
non ha molto tempo per se, perche’ ha famiglia e conduce una piccola azienda: la camera ardente era chiusa per pausa pranzo. Ma quanti Enzo Biagi ci sono in Italia che ci possiamo permettere di chiudere la camera ardente perche’ il guardiano deve andare a mangiare l’insalatona al bar?

Qualche settimana fa ho incontrato a New York una mia amica italiana, un imprenditrice molto nota a livello internazionale nel campo dell’arredamento e del design, che mi ha detto che lei ha smesso di lavorare con designer italiani. All’estero, sopratutto i giovani, sono piu’ creativi ed ingegnosi, non si aspettano che qualcuno risolva i problemi per loro, ne che fama e successo vengano offerti loro su un vassoio d’argento.

Certo, ci sono molte eccezioni: gente in gamba, che si da da fare e lavora con intelligenza; li conosco, ci lavoro assieme. E’ grazie a loro che l’Italia ce la fara’; ma non e’ l’Italia visibile di oggi, la loro voce non si sente, forse non stanno parlando,
forse stanno aspettando il momento propizio.

Poi c’e’ il fatto che e’ un paese con un gran numero di anziani e c’e’ il problema dell’immigrazione; non e’ certo colpa degli italiani ed e’ un problema comune a tutta l’Europa, ma e’ evidente che l’Italia non era ne’ strutturalmente, ne’ culturalmente preparata ad affrontare dei fenomeni di questa portata. E il disagio e’ palpabile. Il razzismo e il diprezzo mi offendono, ma non posso che restare in inbarazzato silenzio quando persone che reputo tolleranti e civili mi riferiscono di episodi che ledono la dignita’ dei cittadini, quando non l’incolumita’ fisica.

Quest’estate sono stato in Spagna. So che la Spagna e’ un paese di moda, sopratutto in Italia, ed ora capisco perche’ piace tanto; perche’ e’ un paese con un anima antica, che ha radici profonde, ma anche un paese moderno, con delle belle infrastrutture, e un impronta europea (dove per europeo si intende ovviamente centro-nord). Ecco, mi e’ sembrata una nazione che ha un progetto, che ha mantenuto quello che andava conservato ed ha abbracciato il nuovo senza timore. Ero ospite di colleghi ed ho potuto osservare da vicino le dinamiche della mia professione: Madrid e’ decisamente piu’ vicina a Londra che non a Roma.

Mi chiedo se l’avvento dei voli a basso costo non abbia contribuito a questo stato di insoddisfazione diffusa: oramai sono tanti gli italiani che hanno visto le capitali europee. E magari sono tanti gli italiani che si sono accorti che forse si puo’ vivere in un paese dove i cittadini pagano le tasse, i servizi funzionano, esiste un vero ricambio politico.

Non so quale possa essere la soluzione “italiana”.

Dubito che il “Made in Italy” citato nell’articolo possa essere, da solo, una soluzione: ma non e’ quello che abbiamo fatto fino ad adesso? Solo poche aziende sanno muovere le leve giuste, reinterpretarlo in modo accattivante; molti altri hanno un idea antiquata e, con tutto rispetto, un po’ becera del Made in Italy: Pavarotti e la Ferrari.

Questa Italia ha perso un po’ di smalto. Sai qual’e’ l’idea italiana che sta conquistando l’America? Slow Food. Ecco un’idea profondamente italiana, ma dinamica, in costante evoluzione, pronta a cooptare il meglio che le culture di tutto il mondo hanno da offrire, non chiusa in se stessa.

Scusa se mi sono dilungato senza dire nulla che non sia stato gia’ detto; come disse quel burlone di Mark Twain: se avessi avuto piu’ tempo sarei stato piu’ breve.

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5 commenti
  1. Marco Ciaccia ha detto:

    Penso che l’Italia abbia perso quella fame di internazionalità che aveva negli anni 50-70. Era un grande paese in termini creativi, che aveva voglia di imparare, ma poi una propaganda tutta interna al sistema di potere politico-economico ha creato un ottuso orgoglio per il “Made in Italy”. Oggi tutto il sistema politico-economico trasmette paura per il cambiamento e l’apertura, perchè l’internazionalizzazione comporterebbe, nelle nuove condizioni, la sua scomparsa
    almeno così la penso

  2. max ha detto:

    interessante: il madeinitaly giovane, hungry and foolish degli anni 50-70 e quello bolso tronfio e chiuso dell’ultimo quarto di secolo.

    in effetti, vedendo il madeinitaly reloaded di italia independent, per esempio, sempre lussuoso ma più vivo del solito, viene da pensare…

    [ii è la marca di beni artigiasnali italiani di lusso di lapo elkann, hanno una filosofia molto interessante secondo me, link qui sotto]

    http://aziendeconleorecchie.wordpress.com/2007/10/26/italia-independent/

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