Ho letto La saggezza della folla.

A) Se doveste incontrare una persona a New York, dove andreste?

B) Se sapeste il luogo dell’appuntamento, ma non l’orario, a che ora ci andreste?

C) Chi ha scoperto la causa della Sars?

D) Perché i migliori amministratori delegati costruiscono sempre una squadra?

E) I cittadini comuni – disponendo delle informazioni necessarie e potendone discuterne tra loro – potrebbero essere in grado di capire situazioni complesse e prendere decisioni al riguardo?

F) Dando per scontato che è impossibile sapere dove siano le informazioni più utili alla risoluzione di un dato problema, è più utile selezionare gli esperti giusti o gettare reti più ampie possibili?

G) La natura di internet e di alcune sue realtà come Wikipedia o Google, non sono forse la dimostrazione continua che un sistema può funzionare bene senza bisogno di qualcuno che dia ordini?

Risposte:

A) – La maggior parte delle persone cui è stata posta questa domanda ha risposto: Grand Central Station
B) – La maggior parte delle persone cui è stata posta questa domanda ha risposto: mezzogiorno
C) – E’ stato il frutto del lavoro di 11 centri di ricerca internazionali coordinati dall’Oms, che hanno collaborato senza che nessuno dirigesse la ricerca
D) Perché “in situazioni di incertezza, il giudizio collettivo di un gruppo di dirigenti batterà sempre quello del singolo dirigente più in gamba”
E) Assolutamente sì. Disse Thomas Jefferson: “Se presentate un quesito morale a un contadino e a un professore, il primo lo risolverà altrettanto bene e spesso meglio del secondo, perché non si lascerà sviare da regole artificiali”
F) Naturalmente, gettare reti più ampie possibili. La corsa all’esperto è una strategia dagli esiti sempre piuttosto improbabili
G) Lo è. In effetti l’etica della rete rispetta la saggezza collettiva ed è ostile all’idea che il potere e l’autorità debbano rimanere nelle mani di pochi

Il libro in una frase:

Diversità e indipendenza. Qualsiasi gruppo con queste caratteristiche può definire qualsiasi strategia e prendere qualsiasi decisione, come e meglio di qualsiasi esperto (o organizzazione di esperti). Se solo ne fossimo più consapevoli, che risparmio di risorse, e che crescita collettiva.

Se penso che, quando ho visto questo affascinantissimo libro la prima volta, l’ho collegato alla scelta del telefonino da comprare…

4 commenti
  1. cetri ha detto:

    Tutto questo mi ricorda David Lewis (“Convention”), Thomas Schelling (“The Strategy of Conflict”) e la Teoria dei giochi dei vari von Neumann, Morgenstern, Nash.

    Il problema di fondo forse va ricercato nel gruppo scelto per attuare la teoria della saggezza della folla, cioè valutare entro quali limiti una convenzione (come per esempio rispondere alla domanda “A) Se doveste incontrare una persona a New York, dove andreste?”) risulta, a suo modo, verificata.
    Mi spiego meglio: per attuare una convenzione come questa entro un certo gruppo di persone ci si deve aspettare che ci arrivi una risposta “migliore” delle altre. Ma questa risposta cambia quando cambia il sistema di riferimento, cioé la folla con le sue conoscenze pregresse e le sue motivazioni. Inoltre c’è da considerare che benché ci sia un dato “importante” tra le risposte (per es. Grand Central Station) questo dato non è uniforme e che una buona percentuale della folla non ha certo dato quella risposta.
    E, quindi, è solo statisticamente che si può dire che la convenzione è avvenuta.
    Il passo successivo è insegnare/ordinare a coloro che non si sono coordinati quale sia la convenzione scelta automaticamente dalla folla.

    Per quanto riguarda il sistema di riferimento mi vengono in mente le lingue, per dirne una. Sono o non sono una convenzione presa in modo spontaneo da un gruppo vasto di persone?
    Ebbene, anche le lingue sono diverse a seconda della convenzione presa e a seconda del gruppo di persone. E oltre alla differenza basilare che può esistere tra il suono delle parole è ancora più interessante guardare il lessico di queste lingue e vedere per quale motivo sono state fatte determinate scelte nella formazione delle parole (mi viene in mente il greco antico che non conosce la parola arte, ma solo techné – curioso, no? Eppure dietro questa curiosità esiste un particolare modo di pensare).

    L’argomento, a mio modo di vedere, è davvero interessante.
    Però la mia personale conclusione a tutto quello che ho letto è che è necessaria una guida dall’alto (o dal basso) per poter ordinare e aggiustare il tiro alle nostre convenzioni.
    In altre parole alla domanda G) che esponi nel post mi trovo in disaccordo con la risposta perché, prendendo Wikipedia ad esempio, non è vero che la folla si sia autoregolata ma la folla ha accolto con favore le condizioni poste da Wikipedia stessa. L’esempio che butto là è la nascita di Knol che prevede convenzioni diverse per raggiungere lo stesso fine.
    All’interno di una convenzione non tutti sono d’accordo con la convenzione stessa e quindi, per qualcuno, tale convenzione sarà sempre un’imposizione.
    E nel momento in cui esiste un’imposizione (anche se necessaria) penso vada a cadere il presupposto di saggezza.

    Mi scuso se mi sono dilungato (:D) ma l’argomento mi prende.
    E prometto che leggerò il libro in questione, così ne potrò parlare con cognizione di causa.

    • Argomenti validissimi. Preciso solo che la definizione del gruppo di riferimento è l’argomento topico del libro. Il punto focale credo voglia essere appunto quello della importanza di una “qualificazione” dei gruppi, della collettività, delle comunità, della società in senso lato. Mezzo principale per il raggiungimento del fine: l’equa distribuzione di informazioni indipendenti e diversificate. Assunto che, a mio avviso, è indiscutibile. Gli esempi sono diversi per contesto e risultati e non mancano quelli che mettono il lettore in condizione di avere anche un’opinione discordante con la tesi sostenuta dal libro. Segno di grande onestà intellettuale da parte dell’autore.

      Un saggio riuscitissimo, sia per esperti che per profani, che in tempi di crisi globale, di penuria di professionisti della mediazione culturale ed interculturale, di facilitatori, di giornalisti degni di essere letti, matura questo suo carattere performativo da pensatore critico (universalmente valido), in una sorta di corollario alla teoria (genericamente) collettivista, per trasformarsi facilmente in un manuale per un approccio pragmatico alla vita dell’uomo postmoderno. Un plusvalore considerevole, per un libro dalle aspirazioni divulgative.

      Ne valuto positivamente la portata soprattutto in base all’impatto sull’opinione pubblica, in relazione principalmente all’ispirazione che suscita in chi lo legge. Credo che sia l’unica cosa che vale davvero e i commenti a questo interessante blog confermano la mia impressione positiva.

  2. max ha detto:

    e io lo rileggo, così sono più preparato a risponderti.. ;-)

  3. cetri ha detto:

    uh-ops!, forse era fin troppo lungo.

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