Parlando di start-up, intervista a Federica Rossi del BIC La Fucina. (Memo: solo 19 giorni alla Business Plan competition).

Da quando collaboro con Mind the Bridge foundation (solo 19 giorni alla presentazione dei Business Plan che porteranno le migliori idee imprenditoriali a scaldare i muscoli in Silicon Valley), mi capita di interessarmi ai temi dello sviluppo delle start-up italiane.

A questo proposito ho intervistato Federica Rossi, attivissima su questi temi, nell’ambito del suo lavoro presso il Business Innnovation Center “La Fucina” di Milano Sesto S. Giovanni.

Federica, puoi raccontarci in sintesi come si svolge l’attività del  BIC “La Fucina” di Milano?

Il BIC La Fucina è un Business Innovation Centre che promuove progetti e servizi a sostegno delle imprese.
 La sua attività si concentra in 4 aree: lo start up e la creazione d’impresa, la finanza con particolare riferimento al tema dell’accesso al credito e della finanza agevolata, l’innovazione e trasferimento tecnologico e l’internazionalizzazione.

Aiutiamo le start up e gli aspiranti imprenditori nelle prime fase di costituzione dell’impresa, nella definizione dell’idea, nell’accesso a bandi e fonti di finanziamento e cerchiamo di diffondere un po’ di cultura su alcuni temi.
L’innovazione e l’internazionalizzazione ad esempio.

I nostri progetti sperimentano sempre modalità originali per innescare processi virtuosi in azienda, come quando abbiamo affiancato a spin off da ricerca, studenti del Master MBA con l’obiettivo di lavorare sulle competenze imprenditoriali che anche piccole aziende “tecnologiche” devono avere.

Per quanto riguarda l’internazionalizzazione oltre a specifici progetti per settore e per paese, lavoriamo sul concetto di start up “nata globale” cercando di far passare il concetto che per la competizione si gioca oggi sul mercato globale.

Quante start-up ospitate attualmente?

E quante ne avete ospitate  dall’apertura dell’incubatore?

Il BIC si trova all’interno di un incubatore d’impresa che è gestito da Milano Metropoli, agenzia di sviluppo con cui il BIC collabora per i servizi alle imprese incubate.

L’incubatore ospita oggi 25 imprese start up, in prevalenza legate al mondo ICT, ma abbiamo seguito molte altre start up al di fuori dell’incubatore.

Qual è il tuo ruolo al suo interno?

Io sono responsabile dei progetti di internazionalizzazione oltre ad occuparmi delle imprese creative, un settore cruciale per la storia dello sviluppo economico dell’area milanese.

Con la Provincia di Milano abbiamo creato la comunità delle imprese creative che ha il suo punto di incontro in un sito, www.impresecreative.it, che è stato rinnovato di recente dove le imprese possono conoscersi, condividere informazioni e promuovere la loro attività in una logica di rete, concetto sempre un po’ difficile da sposare per le nostre imprese…

Dopo aver visto numerose startup all’opera, dal primo giorno di  lavoro in poi, ti sei fatta un’idea su quali siano i fattori di  successo in Italia per lanciare un’azienda?

Oltre ad essere una buona idea deve essere supportata da capacità sia tecniche che impreditoriali e un minimo di investimento iniziale.

Una delle affermazioni che più spesso ci troviamo a pronunciare io e i miei colleghi riguarda senza dubbio le caratteristiche che il team imprenditoriale deve avere.

Anche per una buona idea d’impresa,  è essenziale presidiare le varie “aree” aziendali, il lato commerciale spesso è inaspettatamente trascurato, come quello della gestione amministrativa.

Il progetto d’impresa deve essere ovviamente ben studiato sia negli aspetti  commerciali (ricerche di mercato, canali di distribuzione ecc..) sia economico/finanziari (investimenti iniziali, il magazzino, i beni materiali, il costo del personale)…

Sembrerà banale, ma abbiamo visto veramente tante start up nate senza un’analisi di mercato alle spalle, senza uno studio del target o della concorrenza.
 Gli imprenditori devono essere preparati!
 Certo … poi ci sono le eccezioni come Twitter che non ha ancora un modello di business, ma quelli son casi eccezionali che qui da noi non son certo frequenti!

In questo sviluppo, quanto incide l’innovazione in tutte le sue  forme (di progetto, di prodotto, di processo)?

L’innovazione è una leva eccezionale per il successo di un progetto di impresa.

In tempi di crisi e con una competizione che si gioca a livello globale, gli italiani che si salvano,  anzi stravincono sono solo quelli che puntano su progetti innovativi, ovvero chi sa metter  all’opera la capacità di innovare, la creatività nel progetto e nella sua realizzazione quel genio italiano che è stato tanto determinante nella storia di tante imprese anche in passato.

Il problema è che le aziende veramente innovative in Italia non sono molto numerose.

E’ credibile secondo te l’affermazione che “l’italia può essere la  patria della creatività anche nella tecnologia, né più ne meno che in  altri campi, quali la moda o il design”?

Su cosa basi la tua convinzione?

Nella comunità delle imprese creative ci sono numerose imprese “tecnologiche” che si ritengono a tutti gli effetti creative al pari di quelle che si occupano di design.

Il processo che porta alla progettazione di un software per esempio è estremamente creativo, così come lo sviluppo di soluzioni tecnologiche.

Leonardo da Vinci con le sue macchine volanti non è un perfetto esempio di creatività e tecnologia?

Per quale motivo, a tuo parere, paesi come Israele hanno un  equivalente locale della Silicon Valley e l’Italia invece no?

In Italia mancano alcune condizioni di base per cui si possa sviluppare un sistema come quello della Silicon Valley.

La mancanza di investimenti in ricerca, la scarsa presenza di venture capital  che ha radici soprattutto di natura culturale, la difficoltà di accesso al credito, la scarsa propensione all’attrazione di imprese e persone dall’estero,  han fatto si che non si creasse quel circolo virtuoso che invece in California e in Israele si è potuto sviluppato e che di recente sta prendendo piede anche in alcuni paesi arabi.

Abbiamo aiutato alcune imprese nella ricerca di capitali e di investitori in Italia, ma con risultati davvero poco rilevanti, ricordo  il caso di una start up nata con l’idea di introdurre una innovazione di processo davvero interessante nel settore.

Ha partecipato ad un bando della Provincia di Milano e ha ottenuto un piccolo contributo, ma per investimenti di un certo rilievo si sono rivolti all’estero (raccogliendo qualche milione di euro) perchè non hanno trovato nessun venture capitalist in Italia disposto a sostenerli.

Qual’è l’approccio di fondo della aziende che nascono al Bic la  fucina, ammesso che ne esista uno – in altre parole, le aziende che  nascono nel vostro incubatore sono accomunate da qualcosa?

Il network di imprese con cui il BIC lavora e che usufruiscono dei suoi servizi e partecipano ai vari progetti, circa un centinaio all’anno, è popolato di PMI più o meno giovani, per lo più start up innovative.

Le imprese che più spesso aiutiamo a nascere sono tipicamente quelle tecnologiche, quelle creative e gli spin off da ricerca, aziende che, almeno sulla carta, puntano tutto sull’innovazione.

Poi invece lavoriamo con imprese più mature e con gli artigiani su alcuni temi specifici .

Il sistema di incubazione a Sesto San Giovanni, dove oggi si trova il LIB, Laboratorio Innovazione Breda, l’incubatore in cui trova sede anche il BIC nasce ai tempi della new economy.

Oggi la vocazione specifica sull’ICT si sta un po’ affievolendo per far spazio anche ad alcune aziende di servizi.

Esiste un incentivo di tipo istituzionale a favore delle start-up,  in Italia?

Le istituzioni spesso mettono a disposizione contributi a fondo perduto per il sostegno alla creazione di nuove imprese.

Si tratta di piccoli contributi che possono essere un aiuto nel momento dello start up ma che non possono supplire alle difficoltà che devono affrontare gli imprenditori in fase di crescita, vista la quasi totale assenza di un sistema di capitale di rischio.

Per non parlare della burocrazia, della difficoltà di dialogare con gli istituti di credito o della mancanza di una rete di relazioni tra il mondo dell’università e l’impresa, tanto per citarne alcune.

Tra questi fattori, quali indicheresti come più presente nelle start  up italiane che hai conosciuto?

Innovazione tecnologica, visione imprenditoriale
, slancio creativo
, capacità commerciali
, ottimizzazione dei processi
 (o altri a tuo piacimento).

Le start up italiane, soprattutto nei settori con cui lavoriamo noi, nascono per lo più da una passione, da uno slancio creativo, da un’idea per una tecnologia innovativa… il che però spesso non si accompagna ad una visione e ad una competenza imprenditoriale all’altezza magari di ottime capacità tecniche.

E, invece in negativo, quali tra questi ritieni siano gli aspetti  più problematici di queste giovani imprese?

Mancanza di ambizione
, incapacità organizzative, insufficente disponibilità di capitali
, cultura di business limitata
, inadeguato livello tecnologico
, mancanza di cervelli

.

Spesso si parte dal presupposto che le idee imprenditoriali ci siano e siano tutte innovative ed eccellenti, il che purtroppo non corrisponde al vero.

In occasione dei primi incontri con aspiranti imprenditori che vengono a raccontarci il loro progetto  suggeriamo provocatoriamente di chiedersi se ci sia davvero bisogno del loro prodotto o servizio, se sia davvero così innovativo come pensano.

Resta comunque  il fatto che le imprese si trovano ad affrontare problemi di duplice natura.

Sono sicuramente dovuti alla mancanza di un sistema di capitali e di investimento sulle start up, problema che ha innanzitutto radici culturali: la propensione all’investimento e al rischio che questo comporta è molto bassa, i capitali non circolano e sono difficili da “conquistare”.

Le start up legate alla creatività e alle tecnologie spesso, come dicevo, fanno fatica a superare la fase di start up e a crescere sia per le difficoltà economiche, ma spesso anche per la scarsa visione e cultura imprenditoriale.

Troppo spesso si “innamorano” della loro creatura, lavorano allo sviluppo del prodotto e del servizio perdendo di vista il fatto che un’impresa richiede specifiche capacità imprenditoriali.

Il BIC negli ultimi anni ha puntato molto sulla diffusione di modelli snelli di affiancamento di temporary manager, forme di consulenza snelle, tagliate sulle esigenze delle piccole imprese, tipicamente si tratta di esigenze commerciali o legate all’organizzazione dell’azienda.

Hai una bella storia imprenditoriale da raccontarci?

Ho alcune belle storie, ma vorrei raccontarvi una bella speranza… L’anno scorso ho conosciuto un giovane designer del Politecnico che mi ha presentato il suo progetto di impresa tecnologica innovativa basato sulla user experience e sui sistemi di visualizzazione di dati complessi.

Dopo pochi mesi, con in tasca il contributo della Provincia di Milano, è tornato ad aggiornarmi: la società appena creata, la Visup, era già cresciuta molto, ha creato un newtork di relazioni internazionali coinvolgendo ricercatori  e collaboratori stranieri.

Sono oggi alla ricerca di un investitore che possa finanziare la costante attività di ricerca e la crescita di un gruppo di ragazzi giovani, ma con all’attivo alcuni progetti davvero notevoli.

Mind the bridge, come sai, ha come scopo l’incontro virtuoso tra le  migliori idee imprenditoriali italiane e la comunità di venture  capitalists che ruota intorno al polo tecnologico della Silicon  Valley. Ritieni che questo sia un percorso possibile?

Conosco molto bene la storia di Funambol e di Fabrizio Capobianco.

E’ il caso di successo che mi piace raccontare per parlare di nuove forme di internazionalizzazione, per spiegare un modello che può essere percorribile da molte nostre imprese, ed oggi, grazie ad iniziative come Mind the Bridge è ancora più accessibile.

Qualche anno fa il BIC aveva lanciato un progetto pilota per accompagnare start up tecnologiche in Silicon Valley con l’obiettivo di raccogliere commesse di ricerca… e qualcuna c’è anche riuscita!

Grazie Federica per la tua disponibilità e competenza, e buon lavoro!

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