Ho letto “That used to be us”. E mi sento una cameriera.

Vi ricordate “Il mondo è piatto“?

Se non ve lo ricordate, rileggetelo.

Se non l’avete letto, leggetelo.

No, non sono diventato un dogmatico impartitore di ordini, ma quando un libro è capace di darti una nuova visione della vita e del lavoro, io penso che quel libro vada letto.

Ora, durante un recente viaggio negli Usa ho scoperto che lo stesso autore – uno che vince Premi Pulitzer come io vado al bar a Lambrate – ha scritto, insieme a un professore della Johns Hopkins University School, un libro sulla crisi degli Stati Uniti, sulla loro scellerata leggerezza degli ultimi due decenni, sulla disastrosa situazione in cui si trova la loro economia.

In sintesi, sullo stato di cose che ha fatto dire al presidente Obama:

It makes no sense for China to have better rail systems than us, and Singapore having better airport than us. And we just learned that China now has the fastest Supercopmputer on Earth – that used to be us.

(Ed è così che si chiama il libro, That used to be us).

E io che c’entro, direte voi?

C’entrate, perché anche voi avete paura di perdere il lavoro, a causa di cose tipo, chessò, che il debito pubblico americano è nella mani dei cinesi. O temete che vostro figlio finisca a servire Dim Sum in un fast food cinese.

E Friedman si sofferma anche su queste cose (ed è questo che gli fa vincere i Pulitzer, secondo me: che mentre leggi i suoi saggi capisci che parla di te).

E arrivo alla mia abitudine di sintetizzare il libro in una frase, traendo spunto da una pagina che ho citato anche sul blog BertoStory:

Come faccio a gestire il mio futuro, la mia professione, il mio posto di lavoro in un mondo che cambia freneticamente, dove tutto ciò che può fare una macchina… è solo questione di tempo – lo farà lei al posto dell’umano che lo fa ora, come devo fare per difendere il mio lavoro o cercarmene uno?

Friedman-Mandelbaum suggeriscono tre atteggiamenti mentali:

1.
Pensa come un immigrante, cioè: non dare nulla per scontato, fai grande attenzione al mondo intorno a te, impara continuamente

2.
Pensa come un artigiano, cioè: metti un tocco personale, uno stile unico in tutto ciò che fai, e vanne fiero; comportati come se ogni cosa fatta da te portasse le tue iniziali

3.
Pensa come una cameriera, cioè: anche se il tuo lavoro non ti permette interpretazioni, se sei un esecutore, trova il modo di aggiungere un extra, come quel cameriere che ti porta la braciola con un contorno abbondante e ti dice “ti ho messo un po’ più di patatine”, segno che si è chiesto come poteva, nell’ambito limitato del suo lavoro, creare una differenza per sé

In sostanza: cercate fare quello che una macchina non potrà mai fare.

E buona fortuna.

2 commenti
  1. la bellezza di fare un lavoro, qualsiasi, che ti rende libero e allo tesso tempo ti fa sentire utile. la bellezza di metterci del tuo, di fare la differenza, come un artigiano che perfeziona e rende unico il suo pezzo. l’umiltà e la dedizione al servizio, la bellezza di sapere che provieni da un passato umile ma dignitoso, pieno di sacrifici ma anche di orgoglio e di risultati.
    tutti elementi comuni di molti italiani. dell’Italia che amo e di cui adoro farne parte. Complimenti per il pezzo Massimo e grazie!

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