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Vita Sostenibile

Oggi ho letto due notizie che, sommate, mi fanno pensare.

La prima è che nasce a Milano un superspazio di coworking di 3.000 metri quadrati con 250 postazioni, che ancor prima di aprire si annuncia come “ecosistema perfetto”.

La seconda è che Loosecubes, azienda di New York tra le prime a proporre servizi di online booking per coworking chiude i battenti, dopo aver ricevuto finanziamenti per qualche milione di dollari ed essere passata da 2 a 16 persone in pochissimo tempo.

E poi penso a Cowo, alla fatica che facciamo a coinvolgere i coworker uno ad uno, penso alle persone che entrano nel progetto con 350 sudati euro e penso a noi che facciamo il possibile perché li riguadagnino quanto prima.

Penso al nostro ecosistema, che non mi sognerei mai di definire “perfetto”. (Sì, penso anche  all’importanza della comunicazione). Penso che non mi va di associare l’idea del coworking a un’azienda che può fallire.

Quasi quasi penso che la Cowo Economy sia meglio dei metri quadrati, e forse anche dei milioni di dollari (visto il risultato che producono).

Ho appena ricevuto una cartella Equitalia a causa dell’inadeguatezza del software bancario della mia banca, che dopo ogni pagamento mi conferma la corretta effettuazione dello stesso con un bell’avviso in colore vivace e carattere in grassetto.

E dopo, con un bottone molto più piccolo, dal colore giallo tenue, mi sussurra… di “inoltrare il flusso dispositivo [!] cliccando sull’apposito bottone… “invia a Banca”.

Ancora per quanto tempo dovremo subire il lavoro di questi incapaci e pagarne i danni?

Questo post mette insieme una cosa molto piccola e una cosa enorme.

Cos’hanno in comune? Lo scopo: aiutare l’economia, che vuol dire posti di lavoro per le famiglie e un futuro per i giovani.

Cominciamo dalla piccola, che conosco da vicino.

Un coworking a Pordenone si è inventato di usare un temporary store inutilizzato per metterci dentro dei giovani autoproduttori (ragazzi che creano oggetti artigianali, abbigliamento ed altro, con le loro mani) che lavorano in vetrina, offrendogli così:

– visibilità (lavorano in strada, inoltre hanno goduto del volano creato dal coworking)

– possibilità di vendere i loro oggetti (sono in un negozio)

Invece che tante parole sugli immobili sfitti e la crisi, a Pordenone si sono rimboccati le maniche e si sono dati una mano.

Ed ora passiamo alla grandissima.

Jason Best è l’americano che, di sua iniziativa, ha spiegato al presidente Obama perché la legge che regola il finanziamento alle aziende, nel 2012, non può essere quella in vigore, datata 1933.

E Obama ha capito, e ha fatto una nuova legge, il Jobs Act, che permette alle startup di raccogliere capitali da qualunque cittadino americano (crowdfunding).

Significa che le nuove aziende americane godranno di un flusso di denaro impensabile fino ad oggi, perché proveniente dai cittadini che, liberamente, potrenno investire nelle idee imprenditoriali più interessanti. E naturalmente partecipare ai loro guadagni.

E tutto questo, senza che il Governo americano spenda un centesimo.

Jason Best è a Milano questo venerdì, grazie a Gianluca Dettori che lo ha invitato.

Dovrebbero metterlo a San Siro e obbligare tutta la classe politica italiana ad ascoltare in ginocchio, ma è alla Camera di Commercio e va già bene.
Tutti possono partecipare all’incontro, basta inviare una mail a tavoliexpo@mi.camcom.it.

Se fossi chiamato a dire la mia su come far diventare Milano la capitale delle Start Up (e lo sono, pare), ecco cosa direi (e lo dico).

Il mio ragionamento verte su tre assi:

Sostenibilità + Luoghi fisici + Dinamiche di network

Vado sui tre punti.
Sostenibilità: informativa ed economica

– Sostenibilità delle informazioni

Chi inizia un’attività è atterrito dal mondo burocratico e dall’incertezza/poca trasparenza riguardo a “cosa mi aspetta”.
Evidente come tale aspetto sia anche un forte deterrente ad iniziarla, la start up.
Inoltre, energie preziose vengono spesso male impiegate nella ricerca delle informazioni/procedure.
 
Ergo, informazione e supporto appaiono fattori chiave.
Risultato desiderato: 
Chi avvia una start-up deve sapere dove andare per avere tutte le informazioni che gli servono, nonché assistenza vera sui processi. 
Tutto questo sarebbe bene si svolgesse online, ma ritengo non si possa prescindere da uno sportello “fisico” realmente efficace, e per efficace intendo:
  1. in grado di gestire affluenze massicce (no code)
  2. in grado di comprendere le esigenze ed essere smart – non farmi tornare per una marca da bollo, non chiedermi una fotocopia in più se la puoi fare tu
  3. aperto in orari utili per chi già lavora (se devo lanciare una startup è probabilissimo che lavori anche da un’altra parte, e comunque non ho di sicuro né tempo né segretarie da mandare in giro dalle 9 alle 17)
  4. interconnesso, cioè pronto a comunicare e interagire anche online, via mail e social network
     
– Sostenibilità delle condizioni economiche
Non so quanto sia in nostro reale potere pensare di intervenire, ma il dover iniziare a versare balzelli (vedi Inps) ancora prima della prima fattura è – da solo – un fattore che rischia di vanificare qualsiasi sforzo, compreso il nostro.
Chi fa nascere un’impresa deve godere di un intervallo tra il presente e il momento in cui gli si inizia a succhiare il sangue (sangue = risorse finanziarie, tempo, energia). Perdonate il linguaggio colorito, ma è così.
Occorre lasciare che le startup tentino di prendere il volo, senza zavorre economiche in forma di balzelli improbabili.
In questo senso, propongo di trovare forme di agevolazione fiscale significative e comprensibili (attenzione: la chiarezza di informazione è cruciale, inutile proporre cose che capiscono solo i commercialisti – questo anche in chiave di marketing, tutto va comunicato in modo strachiaro, con possibilità di interazione sempre a tutti i livelli, non dimentichiamo che ogni atto è comunicazione, anche in negativo. In questo senso, Milano potrebbe lanciare una campagna di marketing incentrata sul favore fiscale delle aziende che nascono qui).
Tornando al tema: Imu? Tarsu? Altre idee per esenzioni e agevolazioni?
So di entrare in un ginepraio, ma secondo me il problema vero è uscire dal ginepraio in cui ci troviamo, essendo il ginepraio un luogo dove possono nascere molte cose, ma non certo nuove imprese.
Risultato desiderato:
Chiunque in Italia deve sapere che far partire una nuova impresa a Milano è fiscalmente vantaggioso. Per motivi chiari, facilmente comprensibili e comunicabili.
La convenienza deve risultare sia oggettiva (economica) sua in termini di comunicazione (Milano = luogo che capisce la nuova impresa).
 Luoghi fisici: privati e pubblici 

– Luoghi fisici privati

Durante il lavoro svolto da Cowo in questi anni (facciamo nascere situazioni di coworking in uffici privati esistenti, siamo attualmente a 59 in tutta italia), ho potuto osservare come il tessuto della società sia ricchissimo di fattori propositivi, tra questi la disponibilità molto diffusa a “contaminare” il proprio luogo di lavoro con altre professionalità.
Per questo mi sento di affermare che i luoghi fisici da ricercare/favorire non sono necessariamente di nuova istituzione, anzi: il luogo fisico “esistente” ha gli enormi vantaggi di:
  1. essere a costo zero (esiste già, c’è già chi ne sopporta i costi)
  2. far trovare agli interessati una rete umana e professionale di collegamento da parte dei titolari dello spazio
 In sostanza, i coworking sono già pronti, laddove ci sono persone disponibili e spazi.
Garantisco che ci sono entrambi (se li troviamo noi lavorando online mentre svolgiamo i nostri dayjob, è fuori di dubbio che un’istituzione ricca di mezzi possa fare altrettanto…), non servono gli investimenti, basta un po’ di coraggio e di voglia di sperimentare.
In altre parole, propongo di attivare meccanismi volti a:
  1. individuare spazi privati presidiati (cioè sedi di attività operative) disponibili ad “ospitare” startup
  2. studiare e attivare meccanismi di matching tra aspiranti startup e società esistenti, in modo da poter “assegnare” a società/uffici disponibili startup in fase iniziale
  3. mettere a punto una griglia valutativa per identificare, da una parte e dall’altra, chi è adeguato a entrare nel programma
Penso che questo approccio avrebbe anche l’effetto collaterale positivo, verso le società “ospitanti”, di “risvegliare” situazioni professionali un po’ arenate e chiuse in se stesse.
Risultato desiderato:
Deve essere chiaro a chi vuol far partire una startup che è possibile trovare una sistemazione logistica presso un’altra società – a condizioni sostenibili e orientata alla collaborazione – con modalità semplici e tempi brevi.
– Luoghi fisici pubblici, delle istituzioni
Da tempo sostengo che situazioni di luoghi per la condivisione professionale in chiave collaborativa sono assolutamente alla portata del pubblico, a patto che il pubblico sia pronto a entrare in una situazione sperimentale, dove gli oneri non sono economici, ma legati a:
  1. dedicare spazi esistenti non utilizzati
  2. incaricare una persona di essere gestore/main networker dello spazio (questa persona può essere un lavoratore temporaneo, che può dedicarsi, durante il giorno, anche ad altra attività, di studio o lavoro online)
  3. coinvolgersi in un approccio aperto a dinamiche in evoluzione, che richiedono presenza e capacità adattative
Come sempre, nel caso degli spazi professionali condivisi in chiave collaborativa, quello che serve veramente non è hardware (tavoli, sedie, muri), ma software (persone, relazioni, networking, eventi). 
Per questo il fattore chiave non è trovare gli stanziamenti economici per ristrutturare/mettere a norma vecchie fabbriche, maimpegnarsi, con persone che frequentano gli spazi, a far nascere vere comunità di professionisti motivati a condividere e far nascere idee e progetti.
Risultato desiderato:
Agli startupper deve essere noto che a Milano vi sono realtà preposte a rendergli la vita più facile, a partire dal luogo dove lavorare.
Dinamiche di network: per gli startupper e per la città

– Networking per startupper

Negli spazi di coworking, il networking a due livelli (online e fisico) si attiva in automatico: perché i Cowo si individuano online (dove si scambiano informazioni e richieste), perché una volta nel posto incontri le persone, perché tra spazi di coworking ci sono rapporti di conoscenza che incoraggiano incontri e scambi.
Detto questo, le dinamiche di networking, che poggiano su meccanismi di comunicazione (social network, reti fisiche), devono essere trasversali a tutto ciò che verrà deciso di fare, per vari motivi:
– il networking è la linfa vitale di una community, e – se vogliamo avere un approccio sistematico – le startup devono essere una community, il cui fulcro è la città di Milano
– il networking poggia su meccanismi di comunicazione, il che significa che ogni informazione scambiata tra due soggetti del mondo start-up viene potenzialmente condivisa dalla startup community allargata (= marketing continuo per Milano capitale startup)
– il networking è anche marketing, come tutti sappiamo, e solo un deciso approccio di condivisione informazioni/ascolto/dialogo online e offline può diffondere il concetto di “Milano startup city”, naturalmente sulla base di fatti reali e verificabili (e non di concetti astratti)
– il networking, se è aperto e “vivo” è un fortissimo strumento di recruiting e coinvolgimento di soggetti nuovi, una vera e propria campagna di marketing sempre attiva, ovvio che occorre gestirlo con ascolto e partecipazione; in questo senso penso alla capacità della comunicazione online di costruire una online reputation premiante, anche verso investitori stranieri
Nell’esecuzione di questa strategia, massima attenzione e cura va messa negli aspetti formali, in quanto, come in tutte le cose, il linguaggio è un metalivello: come parlo mi definisce.
Il networking è fatto di comunicazione, una comunicazione dai toni sbagliati (troppo ufficiale, o fintamente facile, o ingenua, o poco trasparente) mina alla base qualsiasi intento di networking.
Risultato desiderato:
“Io startupper sono cosciente che a Milano, non solo mi aiutano in vari modi a lanciare la mia impresa, ma trovo terreno fertile per la rete di contatti in cui vengo automaticamente inserito per il solo fatto di entrare nel circuito degli startupper a Milano”.
 

– Networking per la città

 
Le attività di networking, siano esse legate a comunicazione, eventi o contatti di altro tipo, devono essere sapientemente seguite (non necessariamente “dirette”, ma seguite con attenzione), per poter far sì che ogni scambio sia produttivo e funzionale alla costruzione di un posizionamento forte e credibile di Milano StartUp Capital.
Risultato desiderato:
Milano = Startup capital, per tutti i soggetti dello scenario: startupper, stakeholder, investitori italiani ed esteri.

Fare rete è una di quelle cose che possono voler dire tutto.

Ieri, per me, ha assunto un significato preciso, netto.

Grazie a tutte le persone che, in modo informale, attraverso una semplice email, mi hanno raccontato le loro visioni personali del progetto Cowo, in cui siamo coinvolti insieme, e hanno permesso la creazione della presentazione per questo evento.

Ma più che le loro (bellissime) parole, a me piaccciono le loro facce. Anzi, a pensarci bene, mi piacciono loro :-)

Dove vivo io, fino a pochi anni fa si facevano le Lambrette (lo scooter storico concorrente della Vespa) e le automobili Innocenti.

Una memoria che ha un fortissimo significato ancora oggi, e non solo perché le aree ex-industriali sono ancora lì, in attesa di una riconversione illuminata (ci basterebbe anche di buon senso), ma perché una città, secondo me, non è mai quello che è, bensì la somma delle tante cose che è stata.

Grazie agli studenti del Politecnico per questo film, e naturalmente anche a chi si occupa dalla piattaforma web “PruRubattino” e relativa pagina Facebook.

Il 1° aprile 2008 nasceva il primo spazio di coworking a Milano, il secondo d’Italia e uno dei primi in Europa.

Nasceva per la voglia di due privati cittadini, due pubblicitari – Laura Coppola e il sottoscritto – di condividere giornate di lavoro con gente “che non c’entrava nulla”.

Lavorare fianco a fianco con l’idea di migliorarci, come avevamo letto su Wikipedia, come leggevamo sui blog americani.

Ci abbiamo provato, e ci siamo riusciti così bene che il nostro progetto ha fatto “aprire al coworking” alcune decine di altre realtà in tutta Italia.

Queste realtà formano oggi la rete Cowo, un progetto di networking caratterizzato da un’impostazione  che mette il profitto economico in secondo piano, dopo la relazioni, appunto.

Un progetto di coworking che invita chiunque altro a “fare coworking”: questa la missione di fondo di Cowo, una sorta di “call to coworking” di cui non abbiamo ancora trovato eguali.

Nel nostro sito, il testo introduttivo si conclude così, dopo aver formulato la proposta Cowo:

…[se non ti interessa] non rinunciare al coworking, è troppo bello!

Un pensiero che non è mai cambiato, e che costituisce la forza della rete: con noi o senza di noi, fai coworking. Mettiti in contatto con gli altri. Fai rete.

Nessuno lavora full-time, in Cowo, nessuno vive al 100% di coworking. Tutti svolgiamo un’altra professione, ma tutti insieme siamo un network che non ha paragoni.

Essere in qualche modo responsabili di una cinquantina di spazi di coworking in tutta Italia ci ha dato visibilità, anche presso le istituzioni.

Domani – anzi oggi, visto che scrivo dopo la mezzanotte – parteciperemo a un incontro pubblico sul coworking voluto dall’assessorato al Lavoro di Milano (l’assessore Cristina Tajani e il suo staff hanno visitato il nostro spazio poco tempo fa, e hanno recepito le nostre proposte per stimolare il coworking a Milano), nientepopodimenoche in Galleria Vittorio Emanuele, all’Urban Center.

La cosa è interessante non solo per il riconoscimento di Cowo, ma soprattutto perché ci dà modo di dialogare: da cittadini a istituzioni.

Da privati cittadini, siamo lusingati di poter parlare direttamente alle pubbliche istituzioni in questo modo.

Da privati cittadini, facciamo presente che la scarsità di risorse di cui disponiamo (tempo, in particolare) ci rendono poco disponibili a fare lunghi incontri… è anche per questo che la rete Cowo è nata di notte e di domenica. Soprattutto, è nata via Internet ;-)

Mi sembra un dato importante – più che per le agende – proprio per quel che significa in sè, e cioè che il coworking è attività che vive fondamentalmente di rete fisica e virtuale, cresce e si sviluppa dove c’è rete.

Il mio augurio è che oggi questo convegno sia un nuovo snodo di una rete. Forza!

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