Mentre presento il Programma CowoPass – un sistema che permette ai coworker di passare da un Cowo all’altro in modo semplice, economico, organizzato, in tutta Italia – mi rendo conto che questo sito è il mio primo e-commerce.

Cowo è per me un enorme, continuo, esperimento che mi fa imparare un sacco di cose.

Parte delle cose che so sulla rete e sui social media, le ho imparate cercando di far conoscere Cowo.

Il libro che ho scritto è basato in buona parte sull’esperienza di comunicazione di Cowo. Idem per gli e-book della serie “Marketing Horror”.

Le persone che mi hanno aiutato con l’ecommerce, e più in generale il team che lavora con me, l’ho conosciuto grazie a Cowo.

Se tutto questo vale qualcosa, allora sappiamo che la creazione del valore può passare dal coworking.

(Ah, dimenticavo, ho anche imparato come in genere all’inizio le cose non funzionino proprio benissimo… proprio come, erano i primi tempi di Cowo Milano/Lambrate, il WiFi smise di funzionare, anche CowoPass pare avere qualche bizza… keep calm, and carry on :-)

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Beppe Severgnini

Bellissimo incontro, stamattina a Cesano Maderno, con Beppe Severgnini che presentava il suo libro “Italiani di domani” (primo nelle classifiche di vendita, davanti anche al libro del Papa “nonostante il sostegno di 2.000 anni di marketing”).

Molti i temi trattati, dalla meritocrazia al sindacato, dalle riforme necessarie per rilanciare il turismo come l’Italia meriterebbe ai consigli di lettura per chi ha a cuore il futuro dei nostri giovani (e quindi del nostro paese).

Ma, in tutto questo, il direttore del Corriere della Sera a un certo punto ha detto:

…la cosa più importante di queste che vi sto dicendo è:

“Mai due ‘che’ nella stessa frase”.

Secondo me è come dire che il linguaggio è la struttura base: tutto il resto viene dopo.

Grazie Beppe, e grazie anche a chi a dato a te questo consiglio ;-)

Sono tanti i motivi per cui penso che dovremmo tutti andare a mettere un chiodo nel nuovo #divanoXmanagua di Berto Salotti – cliente della mia agenzia, lo dico subito.

Mi pare quasi un dovere, partecipare a questo progetto di “costruzione condivisa” di un prodotto, con finalità formative verso i nostri giovani, e solidali verso i giovani di una parte sfortunata del mondo… ed ecco perché.

– Perché la co-creazione è uno dei punti fermi del marketing come si fa oggi, e dei nuovi scenari di consumo (son passati sei anni da quando l’ho letto la prima volta su Marketing Reloaded)

– Perché è un modo di valorizzare il lavoro artigiano italiano, in modi lontani dalla retorica (fare, non parlare) e dagli stanchi modelli del Made in Italy

– Perché punta sul futuro: il team di lavoro sarà costituito da tutti coloro che vorranno partecipare, ma avrà una componente fissa di studenti futuri artigiani + maestri con 40 anni di esperienza

– Perché ha un’anima solidale, prevede infatti di vendere il divano all’asta e devolverne il ricavato – tramite Terre des Hommes Italia – a una scuola per falegnami in un luogo dove i giovani non lottano solo per il lavoro, ma anche per la legalità, i diritti di base e spesso la vita stessa: il Mercado Mayoreo di Managua (Nicaragua)

– Perché aiuta l’economia di un territorio che ha data tanta ricchezza e lustro all’Italia, quindi a tutti noi: la Brianza

– Perché tutto questo viene da un’azienda, ed è straordinario, a mio parere, che ci siano imprenditori capaci di innovare – insieme al proprio business – pezzi di società che in un mondo ideale dovrebbero essere di area pubblica, per quanto incidono su economia, formazione, attenzione al territorio

Questo per dire che il 31 gennaio a Meda – e in tutte le successive date – la mia presenza non sarà solo professionale. E’ la fortuna di avere un lavoro che piace, e dei clienti che lo sanno valorizzare :-)

Ora vi lascio con le parole di Paolo Ferrara, di Terre des Hommes, che vi descrive l’operazione.

In qualità di fondatore di Cowo, ho partecipato ai lavori del Comitato d’Indirizzo per Milano Capitale delle Startup, task force voluta da Comune di Milano e Camera di Commercio per sintetizzare l’approccio della città di Milano rispetto al tema della giovane impresa e – soprattutto  della nascita di nuove aziende.

A inizio lavoro ho scritto qui qualche considerazione, a lavoro concluso vorrei riportare ciò che mi è piaciuto in particolare, e anche una cosa che non condivido.

Mi è piaciuto:

– il dibattito sulla definizione di start up (e qui sono contento che quanto uscito dal gruppo milanese sia più ampio rispetto a quanto indicato dal decreto sviluppo del Governo, in altre parole, a Milano “Startup” è un concetto più aperto e inclusivo che nel resto d’Italia, come sottolinea anche l’assessore Tajani nel video)

– lavorare a un tavolo dov’erano seduti Comune, Camera di Commercio, due società di venture capital, due avvocati, il coordinatore dell’incubatore del Politecnico di Milano, spazi di coworking/incbazione

– portare avanti un’agenda di lavoro in modo efficiente, e qui vanno ringraziati gli ottimi Giacomo Biraghi e Alvise De Sanctis

Non mi è piaciuto:

– quando la discussione è andata sui luoghi di lavoro tipici della giovane impresa e mi sono sentito dire che la tendenza mondiale è quella di accentrare le energie in singoli luoghi; avrò una visione distorta per la diffusione capillare del progetto Cowo – presente in egual misura in grandi città e piccoli centri, e sempre a costi bassissimi o nulli – ma la penso esattamente al contrario: io credo che serva sostenibilità diffusa, sparsa sul tessuto territoriale e quindi aperta, non luoghi unici, soggetti a logiche gestionali impegnative (e a modalità di coinvolgimento per forza selettive).

In ogni caso, un grazie a tutti per il coinvolgimento, e l’augurio che il lavoro dia buoni frutti da subito, già nell’anno che inizia domani.

E per chi vuole leggere il documento, cliccando qui lo può scaricare.

E’ passato un mese esatto dal post in cui davo voce alle mie perplessità sui grandi coworking, un po’ anche nate dalla notizia della chiusura di loosecubes, hub virtuale di coworking spaces newyorkese, abbondamente finanziata.

Vorrei essere chiaro: trovo bellissime le notizie sull’apertura di coworking con ingenti invesimenti alle spalle.

Bellissime e paurose.

Sarà che ho vissuto gli anni 80, con il loro disastroso rapporto denaro-valore, sarà che mi pare che l’enorme reazione di valore che ho visto accadere nei coworking (sostenibilità, relazioni professionali, incentivo alla nuova impresa, apertura trasversale di professioni e settori) sia anche frutto di una sana distanza dalle logiche del profitto, sarà non so cosa, io temo che i soldi rovinino tutto.

Io spero che non succeda.

Io spero che chi sta aprendo in questi giorni iniziative importanti abbia tutto il successo che desidera e anche di più (sarebbe anche un po’ mio, quel successo, dato che lavoro per il coworking da anni).

Ma spero anche che l’esigenza di far rientrare un investimento non chiuda mai la porta a un coworker.

Oggi ho letto due notizie che, sommate, mi fanno pensare.

La prima è che nasce a Milano un superspazio di coworking di 3.000 metri quadrati con 250 postazioni, che ancor prima di aprire si annuncia come “ecosistema perfetto”.

La seconda è che Loosecubes, azienda di New York tra le prime a proporre servizi di online booking per coworking chiude i battenti, dopo aver ricevuto finanziamenti per qualche milione di dollari ed essere passata da 2 a 16 persone in pochissimo tempo.

E poi penso a Cowo, alla fatica che facciamo a coinvolgere i coworker uno ad uno, penso alle persone che entrano nel progetto con 350 sudati euro e penso a noi che facciamo il possibile perché li riguadagnino quanto prima.

Penso al nostro ecosistema, che non mi sognerei mai di definire “perfetto”. (Sì, penso anche  all’importanza della comunicazione). Penso che non mi va di associare l’idea del coworking a un’azienda che può fallire.

Quasi quasi penso che la Cowo Economy sia meglio dei metri quadrati, e forse anche dei milioni di dollari (visto il risultato che producono).

Ho appena ricevuto una cartella Equitalia a causa dell’inadeguatezza del software bancario della mia banca, che dopo ogni pagamento mi conferma la corretta effettuazione dello stesso con un bell’avviso in colore vivace e carattere in grassetto.

E dopo, con un bottone molto più piccolo, dal colore giallo tenue, mi sussurra… di “inoltrare il flusso dispositivo [!] cliccando sull’apposito bottone… “invia a Banca”.

Ancora per quanto tempo dovremo subire il lavoro di questi incapaci e pagarne i danni?

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