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networking

Sono passati 4 anni dal primo BarCamp sul coworking, organizzato da Cowo il 17 aprile 2010.

Non eravamo tanto sicuri di noi, quindi lanciammo il tema “Di Cosa Parliamo Quando Parliamo di Coworking”.

Io portai le slides qui sotto.

Tutte le altre presentazioni di quella bellissima giornata le trovate qui, mentre  qui c’è la pagina di BarCamp.org con i relatori e il programma.

La partecipazione, nonostante fosse la prima volta, fu buona: vennero da tutto il nord Italia, e si presentarono anche The Hub Milano e La Pillola400 di Bologna.

Ci fu perfino uno sponsor: Lago.

2011

L’anno dopo, 2011, ci sembrava di essere già avanti, al punto da chiederci “A Che Punto è il Coworking”.

Qui sotto la mia presentazione, qui tutte le presentazioni del CowoCamp 2011, invece qui la pagina su BarCamp.org.

Fu il primo CowoCamp nella nostra sede di Via Ventura, a Milano: riempimmo il Cowo, per l’occasione riadattato a spazio eventi, e Bonduelle ci offrì le insalate per il pranzo :-)

2012

Arrivati al 2012, avevamo voglia di capire gli aspetti economici, quindi ci focalizzammo su “Il Coworking Visto dal Portafogli”.

Nelle mie slides di apertura, che ripubblico qui, compare per la prima volta il “giro d’affari” creato da Cowo con la sua rete:  quasi 400mila euro!

Oggi – grazie alla crescita ulteriore del network – sono diventati oltre 500.000. It’s the Cowo Economy, baby ;-)

Alcune presentazioni del CowoCamp 2012 sono pubblicate a questo link, mentre qui c’è la pagina relativa su BarCamp.org.

Degna di nota la comparsa di un’istituzione a un nostro Camp: Il Comune di Milano venne a raccontare cos’aveva in mente.

Stuporone!

2013

Ed arriviamo al CowoCamp di pochi giorni fa.

Il ricordo di quell’auditorium stipato (90 persone sedute + gente in piedi) e delle 22 presentazioni una dopo l’altra è ancora vivido.

Come tema, ci siamo chiesti: “Ma il Coworking Crea Valore?”

Mi piace pensare che il valore di Cowo lo andiamo costruendo anno dopo anno, tutti insieme.

Siamo o non siamo una rete?

Le presentazioni del CowoCamp 2013 sono qui, la pagina BarCamp è qui.

SlideShare

Infine, se non ne avete ancora abbastanza, sul canale SlideShare di Cowo trovate 54 presentazioni sul coworking, in italiano e altre lingue :-)

Enjoy!

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Se fossi chiamato a dire la mia su come far diventare Milano la capitale delle Start Up (e lo sono, pare), ecco cosa direi (e lo dico).

Il mio ragionamento verte su tre assi:

Sostenibilità + Luoghi fisici + Dinamiche di network

Vado sui tre punti.
Sostenibilità: informativa ed economica

– Sostenibilità delle informazioni

Chi inizia un’attività è atterrito dal mondo burocratico e dall’incertezza/poca trasparenza riguardo a “cosa mi aspetta”.
Evidente come tale aspetto sia anche un forte deterrente ad iniziarla, la start up.
Inoltre, energie preziose vengono spesso male impiegate nella ricerca delle informazioni/procedure.
 
Ergo, informazione e supporto appaiono fattori chiave.
Risultato desiderato: 
Chi avvia una start-up deve sapere dove andare per avere tutte le informazioni che gli servono, nonché assistenza vera sui processi. 
Tutto questo sarebbe bene si svolgesse online, ma ritengo non si possa prescindere da uno sportello “fisico” realmente efficace, e per efficace intendo:
  1. in grado di gestire affluenze massicce (no code)
  2. in grado di comprendere le esigenze ed essere smart – non farmi tornare per una marca da bollo, non chiedermi una fotocopia in più se la puoi fare tu
  3. aperto in orari utili per chi già lavora (se devo lanciare una startup è probabilissimo che lavori anche da un’altra parte, e comunque non ho di sicuro né tempo né segretarie da mandare in giro dalle 9 alle 17)
  4. interconnesso, cioè pronto a comunicare e interagire anche online, via mail e social network
     
– Sostenibilità delle condizioni economiche
Non so quanto sia in nostro reale potere pensare di intervenire, ma il dover iniziare a versare balzelli (vedi Inps) ancora prima della prima fattura è – da solo – un fattore che rischia di vanificare qualsiasi sforzo, compreso il nostro.
Chi fa nascere un’impresa deve godere di un intervallo tra il presente e il momento in cui gli si inizia a succhiare il sangue (sangue = risorse finanziarie, tempo, energia). Perdonate il linguaggio colorito, ma è così.
Occorre lasciare che le startup tentino di prendere il volo, senza zavorre economiche in forma di balzelli improbabili.
In questo senso, propongo di trovare forme di agevolazione fiscale significative e comprensibili (attenzione: la chiarezza di informazione è cruciale, inutile proporre cose che capiscono solo i commercialisti – questo anche in chiave di marketing, tutto va comunicato in modo strachiaro, con possibilità di interazione sempre a tutti i livelli, non dimentichiamo che ogni atto è comunicazione, anche in negativo. In questo senso, Milano potrebbe lanciare una campagna di marketing incentrata sul favore fiscale delle aziende che nascono qui).
Tornando al tema: Imu? Tarsu? Altre idee per esenzioni e agevolazioni?
So di entrare in un ginepraio, ma secondo me il problema vero è uscire dal ginepraio in cui ci troviamo, essendo il ginepraio un luogo dove possono nascere molte cose, ma non certo nuove imprese.
Risultato desiderato:
Chiunque in Italia deve sapere che far partire una nuova impresa a Milano è fiscalmente vantaggioso. Per motivi chiari, facilmente comprensibili e comunicabili.
La convenienza deve risultare sia oggettiva (economica) sua in termini di comunicazione (Milano = luogo che capisce la nuova impresa).
 Luoghi fisici: privati e pubblici 

– Luoghi fisici privati

Durante il lavoro svolto da Cowo in questi anni (facciamo nascere situazioni di coworking in uffici privati esistenti, siamo attualmente a 59 in tutta italia), ho potuto osservare come il tessuto della società sia ricchissimo di fattori propositivi, tra questi la disponibilità molto diffusa a “contaminare” il proprio luogo di lavoro con altre professionalità.
Per questo mi sento di affermare che i luoghi fisici da ricercare/favorire non sono necessariamente di nuova istituzione, anzi: il luogo fisico “esistente” ha gli enormi vantaggi di:
  1. essere a costo zero (esiste già, c’è già chi ne sopporta i costi)
  2. far trovare agli interessati una rete umana e professionale di collegamento da parte dei titolari dello spazio
 In sostanza, i coworking sono già pronti, laddove ci sono persone disponibili e spazi.
Garantisco che ci sono entrambi (se li troviamo noi lavorando online mentre svolgiamo i nostri dayjob, è fuori di dubbio che un’istituzione ricca di mezzi possa fare altrettanto…), non servono gli investimenti, basta un po’ di coraggio e di voglia di sperimentare.
In altre parole, propongo di attivare meccanismi volti a:
  1. individuare spazi privati presidiati (cioè sedi di attività operative) disponibili ad “ospitare” startup
  2. studiare e attivare meccanismi di matching tra aspiranti startup e società esistenti, in modo da poter “assegnare” a società/uffici disponibili startup in fase iniziale
  3. mettere a punto una griglia valutativa per identificare, da una parte e dall’altra, chi è adeguato a entrare nel programma
Penso che questo approccio avrebbe anche l’effetto collaterale positivo, verso le società “ospitanti”, di “risvegliare” situazioni professionali un po’ arenate e chiuse in se stesse.
Risultato desiderato:
Deve essere chiaro a chi vuol far partire una startup che è possibile trovare una sistemazione logistica presso un’altra società – a condizioni sostenibili e orientata alla collaborazione – con modalità semplici e tempi brevi.
– Luoghi fisici pubblici, delle istituzioni
Da tempo sostengo che situazioni di luoghi per la condivisione professionale in chiave collaborativa sono assolutamente alla portata del pubblico, a patto che il pubblico sia pronto a entrare in una situazione sperimentale, dove gli oneri non sono economici, ma legati a:
  1. dedicare spazi esistenti non utilizzati
  2. incaricare una persona di essere gestore/main networker dello spazio (questa persona può essere un lavoratore temporaneo, che può dedicarsi, durante il giorno, anche ad altra attività, di studio o lavoro online)
  3. coinvolgersi in un approccio aperto a dinamiche in evoluzione, che richiedono presenza e capacità adattative
Come sempre, nel caso degli spazi professionali condivisi in chiave collaborativa, quello che serve veramente non è hardware (tavoli, sedie, muri), ma software (persone, relazioni, networking, eventi). 
Per questo il fattore chiave non è trovare gli stanziamenti economici per ristrutturare/mettere a norma vecchie fabbriche, maimpegnarsi, con persone che frequentano gli spazi, a far nascere vere comunità di professionisti motivati a condividere e far nascere idee e progetti.
Risultato desiderato:
Agli startupper deve essere noto che a Milano vi sono realtà preposte a rendergli la vita più facile, a partire dal luogo dove lavorare.
Dinamiche di network: per gli startupper e per la città

– Networking per startupper

Negli spazi di coworking, il networking a due livelli (online e fisico) si attiva in automatico: perché i Cowo si individuano online (dove si scambiano informazioni e richieste), perché una volta nel posto incontri le persone, perché tra spazi di coworking ci sono rapporti di conoscenza che incoraggiano incontri e scambi.
Detto questo, le dinamiche di networking, che poggiano su meccanismi di comunicazione (social network, reti fisiche), devono essere trasversali a tutto ciò che verrà deciso di fare, per vari motivi:
– il networking è la linfa vitale di una community, e – se vogliamo avere un approccio sistematico – le startup devono essere una community, il cui fulcro è la città di Milano
– il networking poggia su meccanismi di comunicazione, il che significa che ogni informazione scambiata tra due soggetti del mondo start-up viene potenzialmente condivisa dalla startup community allargata (= marketing continuo per Milano capitale startup)
– il networking è anche marketing, come tutti sappiamo, e solo un deciso approccio di condivisione informazioni/ascolto/dialogo online e offline può diffondere il concetto di “Milano startup city”, naturalmente sulla base di fatti reali e verificabili (e non di concetti astratti)
– il networking, se è aperto e “vivo” è un fortissimo strumento di recruiting e coinvolgimento di soggetti nuovi, una vera e propria campagna di marketing sempre attiva, ovvio che occorre gestirlo con ascolto e partecipazione; in questo senso penso alla capacità della comunicazione online di costruire una online reputation premiante, anche verso investitori stranieri
Nell’esecuzione di questa strategia, massima attenzione e cura va messa negli aspetti formali, in quanto, come in tutte le cose, il linguaggio è un metalivello: come parlo mi definisce.
Il networking è fatto di comunicazione, una comunicazione dai toni sbagliati (troppo ufficiale, o fintamente facile, o ingenua, o poco trasparente) mina alla base qualsiasi intento di networking.
Risultato desiderato:
“Io startupper sono cosciente che a Milano, non solo mi aiutano in vari modi a lanciare la mia impresa, ma trovo terreno fertile per la rete di contatti in cui vengo automaticamente inserito per il solo fatto di entrare nel circuito degli startupper a Milano”.
 

– Networking per la città

 
Le attività di networking, siano esse legate a comunicazione, eventi o contatti di altro tipo, devono essere sapientemente seguite (non necessariamente “dirette”, ma seguite con attenzione), per poter far sì che ogni scambio sia produttivo e funzionale alla costruzione di un posizionamento forte e credibile di Milano StartUp Capital.
Risultato desiderato:
Milano = Startup capital, per tutti i soggetti dello scenario: startupper, stakeholder, investitori italiani ed esteri.

Fare rete è una di quelle cose che possono voler dire tutto.

Ieri, per me, ha assunto un significato preciso, netto.

Grazie a tutte le persone che, in modo informale, attraverso una semplice email, mi hanno raccontato le loro visioni personali del progetto Cowo, in cui siamo coinvolti insieme, e hanno permesso la creazione della presentazione per questo evento.

Ma più che le loro (bellissime) parole, a me piaccciono le loro facce. Anzi, a pensarci bene, mi piacciono loro :-)

L’ho letto, l’ho riletto, poi l’ho regalato. L’ho consigliato, l’ho fatto leggere. Ne ho comprati ancora, che ho dato ai miei collaboratori. Un giorno che avevo un dubbio, ho comprato al volo la versione ebook, e poi ho messo in giro anche quello.

Ho portato con me questo libretto per quasi tutto l’anno (era il 1° marzo quando lo misi sul comodino), e ancora adesso è qui accanto al mio computer, sulla cui scrivania è peraltro ben piazzata anche la copia digitale, in pdf.

Per me, il bello del lavoro online ha molto a che fare con l’estendere la rete.

Con questo intendo dire che sono particolarmente attratto dai modi, lavori, opportunità di portare rete dove non c’è.

“Portare rete” significa anche usare strumenti nuovi, strumenti in grado di modificare i modi in ci ci si relaziona l’uno con l’altro, e Twitter – come sa bene chiunque si sia mai avvicinato a questo social network – è così diverso da risultare addirittura spiazzante.

In tutto questo, un libro come quello di Federica Dardi,  aka @elisondo è un bell’aiuto: insegna, spiega, avvicina, aiuta, accompagna, suggerisce, risponde, stimola, diverte.

Personalmente, è l’approccio che preferisco, quello più utile a chi con queste cose ci lavora (come il sottoscritto) ma anche più corretto verso chi queste cose le vorrebbe mettere nella giusta prospettiva: quelle di strumenti utili a farci qualcosa…

Insomma, alla domanda tipica di chi non riesce a “entrare” nello spirito di Twitter, ora c’è una risposta: un libretto blu edito da Apogeo e scritto da una blogger che ama i libri e ne studia presente e futuro.

Dimenticavo… la mia solita frase che riassume il libro:

Prima di giudicare frettolosamente un modo di comunicare che avvicina  qualcosa come 460.000 persone al giorno tutti i giorni, concedetevi il lusso di capirlo in un modo che non richiede nessuna fatica: un libro scritto bene.

Una conversazione tra continenti, sul blog Cowo.

Un gruppo di Italiani, per una volta forse non più indietro dei nordeuropei o degli americani o degli asiatici.

Un workshop dove il sottoscritto racconterà cosa succede dentro quel marchio rosso.

Un gruppo di gente da tutto il mondo che non si è mai vista e condivide visceralmente uno stile di lavoro che è anche di vita.

Una voglia di costruire pazzesca, fortissima, la cui energia a volte mi spiazza.

Ma anche qualcosa di vicino, di umile, di caldo. Come un caffè offerto con silenziosa solidarietà, appunto, tra coworker.

E adesso, a Berlino.

Grazie a SimpleSpot, ce l’abbiamo fatta. Cosa? Ad avverare un mio sogno per Cowo.

Da ieri sera a stamattina, già due coworking ne hanno fatto richiesta (Bravi Cowo Firenze/Mattonaia e Cowo Omegna/Gravellona Toce!), con Cowo Milano/Lambrate siamo già in tre.

Non mi aspetto che tutti i 58 spazi di coworking aderiscano, come so bene che coloro che viaggiano da un Cowo all’altro sono ancora pochissimi.

Ma noi iniziamo, iniziamo sempre. Non sappiamo dove arriviamo, ma di sicuro non rimarremo a casa ;-)

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